Bellomo e i suoi tanti amici della casta

Mala giustiziaIl giudice civile di Salerno, Mario Pagano, arrestato con accuse di associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari per aver favorito amici imprenditori in cambio di tangenti, orologi di lusso e finanziamenti a una società sportiva e a un agriturismo a lui riconducibili. Il pm di Nocera Inferiore, Roberto Lenza, sospettato di violazione di segreto d’ufficio per aver rivelato informazioni su alcune inchieste dell’ufficio giudiziario dove presta servizio. La (ex) giudice onoraria, Augusta Villani, accusata di complicità con Pagano, mentre il giudice della fallimentare, Maria Elena Del Forno, avrebbe spifferato un’offerta ai creditori di un fallimento e poi avrebbe fatto pressioni sul curatore fallimentare. E prima di loro c’è stata la gip del Tribunale di Vicenza, Cecilia Carreri, che risultava in malattia per l’ufficio ma in salute per fare la velista. Senza dimenticare Giuseppe Caracciolo, magistrato di 58 anni originario di Lecce, in servizio alla Corte di Cassazione, che sfruttava la prostituzione. E, andando indietro nel tempo, tornano alla mente Vittorio Metta, il giudice della Corte d’appello di Roma che nel gennaio 1991 scrisse la sentenza a favore di Berlusconi per la Mondadori. Lo stesso giudice che negli anni Novanta con una sua sentenza costrinse l’Imi (ovvero gli italiani) a risarcire con 980 miliardi di lire l’industriale Nino Rovelli per poi scoprire, come ha sancito la Cassazione nel 2006, che quella sentenza fu ‘comprata’ condannando in via definitiva Metta, gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora e gli eredi di Nino Rovelli per corruzione in atti giudiziari. E che dire che famoso, ahinoi, ammazzasentenze, quel Corrado Carnevale che oltre a fare a pezzi tutte le sentenze di mafia in qualità di presidente della prima sezione penale della Cassazione, in una conversazione con l’avvocato Giovanni Aricò, l’8 marzo 1994, Corrado Carnevale diceva: “I motivi per cui me ne sono andato non sono quelli di pressione di quel cretino di Falcone… perché i morti li rispetto, … ma certi morti no” e di Francesca Morvillo diceva: “…Io sono convinto che la mafia abbia voluto uccidere anche la moglie di Falcone che stava alla prima sezione penale della Corte d’Appello di Palermo per farle fare i processi che gli interessavano per fregare qualche mafioso”. E molti, tanti altri, certamente sono sfuggiti a questo elenco già drammatico.

Sarà questo il vero volto dei moralizzatori del Paese, di coloro che si vantano di aver cambiato l’Italia, di essere immuni da errori se c’è stata una mutazione genetica della politica, di coloro che si assurgono a baluardo della giustizia? Sono il consigliere di Stato, Francesco Bellomo, e il suo compagno di merende Davide Nalin ciò che si nasconde davvero dietro a quella che oggi appare come l’unica casta che tiene sotto scacco il Belpaese? Sono loro e i loro colleghi i magici e sapienti traghettatori verso un’Italia migliore? O sono forse l’immagine di ciò che siamo veramente? O magari il delirio di onnipotenza li ha involuti? Se le accuse nei loro confronti verranno accertate (e non c’è ragione di non crederlo dal momento che per Bellomo lo stesso organo di autogoverno del Consiglio di Stato, Cpga, ha optato per la sanzione definitiva della rimozione) al loro confronto il signor Harvey Weinstein di cui tanto si è detto apparirà innocente come cappuccetto rosso nella nota fiaba. Incredibili i fatti che vengono contestati ai due magistrati e in particolare a Bellomo, il dominus dei corsi di formazione per chi aspirava a far parte della casta. Come scrive Il fatto quotidiano: “Il borsista è vincolato alla fedeltà nei confronti del direttore”; “La scelta del partner (del borsista, ndr), applicando i dettami della teoria della selezione naturale, deve cadere sul soggetto che presenta le caratteristiche più vantaggiose. La preferenza deve essere dunque accordata al soggetto più dotato geneticamente”. Hitler in confronto appare come un apprendista stregone. E ancora: “La negazione dei criteri scientifici porta come inevitabile conseguenza che l’operatore orienti le proprie scelte verso il modello rispettivamente del fidanzato sfigato e della donna oggetto”. Senza dimenticare che “il borsista decade automaticamente non appena contrae matrimonio”. E siccome il delirio di onnipotenza aveva raggiunto livelli parossistici emerge che il giudice Bellomo gettava in pasto all’opinione pubblica le donne che costringeva ad avere relazioni con lui. Lo faceva, secondo le accuse, attraverso la sua rivista ‘Diritto e scienza’ nella quale riportava le vicende personali di una borsista – indicata con nome e cognome – come gli incontri con un suo fidanzato, i luoghi dove avvenivano questi incontri, anche di natura sessuale, le descrizioni e tutta una serie di particolari intimi. Di lei Bellomo scrive: “È vero, lei ha evidenti limiti che l’addestramento non ha risolto, ma dell’immensa quantità di donne che ho avuto, peraltro di elevata qualità media, lei è stata una delle poche, se non l’unica, a non avermi fatto sentire solo. Se perderla è il prezzo che pago per le pubblicazioni, è alto. Mi consolo con l’utilità didattica che hanno avuto. Lo sviluppo palesato dagli allievi, costretti ad applicare categorie scientifiche ad una storia di vita, è stato eccezionale”. In una denuncia nei suoi confronti, riportata dal Corriere della Sera, si legge: “Ricordo una volta che Bellomo si è arrabbiato perché ho indugiato a mandargli una mia foto intima. Non era la prima volta che me le chiedeva. Gliene avevo inviate altre. Subito dopo è intervenuto Nalin chiedendomi perché non volessi rispettare i patti con il consigliere”.

Il collega Nalin, che si occupava di femminicidi e di altri reati contro le donne, si dava da fare affinché Bellomo venisse accontentato da quelle che evidentemente venivano individuate come geishe. Intervistato, Bellomo ha detto: “Non posso raccontare i fatti, perché sono tenuto al silenzio, ma non sono come li hanno descritti. Anche se lo fossero però sarebbe solo una vicenda di costume”. Ora c’è da porsi alcune domande. Intanto non sarebbe male capire come mai lo scandalo sia scoppiato solo adesso dato che i resoconti giornalistici farebbero pensare a un sistema rodato negli anni. Ci si dovrebbe chiedere come mai l’Anm nulla dice sulla vicenda e in particolare il suo ex presidente Piercamillo Davigo che qualche tempo addietro era a fare convegni al fianco di Bellomo. Infine, sarebbe interessante comprendere con quale levatura morale le ex corsiste che hanno accettato e supportato il sistema Bellomo si apprestino a giudicare il prossimo.

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