La spiritualità e l’eterna ipocrisia clericale

clericalismo spiritualità chiesaParlava di spiritualità il parroco questa sera durante l’omelia. E invitava i fedeli a riflettere ciascuno sulla propria. Perché senza fare i conti con il proprio Io, era il suo ragionamento, non c’è famiglia che tenga, non c’è relazione che possa avere futuro. «Perché è inutile che durante la confessione la signora mi dica che ha peccato a causa di suo marito – ha proseguito il sacerdote – Non può sempre essere colpa degli altri. Bisogna che ciascuno faccia un esame della propria spiritualità senza farla dipendere dagli altri». Di fronte a massime di questo tipo quasi nessuno, immagino, può dirsi in disaccordo. Lo riconoscono tutti che ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità senza dare colpe agli altri. Secondo me, però, l’analisi dovrebbe essere fatta pari pari anche dai clerici. Perché mi pare che il celebrante cada nella retorica quando si chiede come mai «oggi solo il 20% delle coppie si sposa in chiesa» o, aggiungo io, sempre meno frequentano le parrocchie o le organizzazioni ecclesiastiche. Perché se i clerici si dedicassero di più alla spiritualità e meno alla materialità probabilmente sarebbero i primi a dare il buon esempio. Perché sono proprio i buoni esempi che oggi mancano. Se monsignor Bertone si fosse restaurato un monolocale anziché un attico di 700 metri quadrati e avesse dato ai poveri i soldi spesi in più avrebbe dato un gran bel colpo all’ipocrisia. Se le alte sfere ecclesiastiche cominciassero a cacciare dai loro ranghi chi violenta i bambini forse i genitori si fiderebbero di più ad affidare loro i propri pargoli. Se cominciassero loro con la solidarietà anziché chiederla agli altri forse ci sarebbe un effetto a cascata. Ma si sa, indossare una tunica, di qualunque colore sia, non tiene al riparo dalle debolezze umane, né dai luoghi comuni, né dall’ipocrisia.

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