Le parole uccidono e la politica le spara grosse

detenuti carceri Nel marasma dell’ipocrisia e dell’immobilismo l’unica certezza è l’uso della politica dei due pesi e delle due misure. Le affermazioni degli agenti di polizia penitenziaria sul suicidio di un detenuto romeno nel carcere di Opera sono gravi, ma ritengo che non sia quello, o almeno non solo quello, il problema di questo Paese. Certamente di fronte a queste situazioni occorre fermezza ma non servono le boutade. Se dovessimo condannare tutte le fesserie dette dai politici ci troveremmo di fronte a un’ecatombe perché se le parole hanno un peso le hanno da qualunque bocca e livello vengano. E se le parole possono uccidere non bisogna scordare che fanno peggio le cose fatte male o non fatte dalla politica e dai suoi accoliti. Non c’è bisogno di ricordare, per esempio, gli amici degli amici dell’Aquila; quelli del ponte crollato dopo l’inaugurazione in Sicilia; i bambini morti per malasanità e tagli indiscriminati, i suicidi per mancanza di lavoro e via dicendo. E sul gradino più alto dell’ipotetico podio delle minchiate c’è quella dell’istigazione al suicidio. Ho infatti sentito dire da qualche parte della possibilità di indagare gli agenti della polizia penitenziaria per questo reato. Peccato che le loro dichiarazioni siano venute dopo la morte. Mi chiedo dunque come si possa non solo esternare ma addirittura pensare una minchiata del genere.

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