Molestie, la Deneuve e il socialgiacobinismo

Deneuve ha capito la differenza tra molestie e violenzaUn conto è aggredire sessualmente una donna o abusarne, un altro è provarci, magari insistentemente, per poi rinunciare se lei non è interessata. A mio avviso hanno ragione Catherine Deneuve e le altre cento firmatarie di una lettera aperta pubblicata su Le Monde in cui si contesta quello che viene definito un “nuovo puritanesimo” emerso dopo il caso Weinstein. “Lo stupro è un crimine. Ma tentare di sedurre qualcuno, anche in maniera insistente o maldestra, non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio” scrivono le donne del collettivo condannando la “caccia alle streghe” che è seguita allo scandalo emerso a Hollywood e che a loro avviso minaccia la libertà sessuale. E, come era lecito attendersi, subito una pioggia di insulti ha fatto da corollario a questa visione della realtà che ha la stessa dignità di altri pensieri e lo stesso diritto di essere manifestata. In una realtà normale e non impregnata di furore socialgiacobino sarebbe un normale scambio di vedute, da incanalarsi in un altrettanto normale alveo di dialettica democratica.

Come al solito, c’è chi si ritiene più democratico, più intelligente, più bravo e più capace degli altri e pertanto si sente in dovere di dare patenti e di imporre agli altri non solo quello che devono dire ma anche ciò che devono pensare. Denunciare una molestia o presunta tale dopo dieci o vent’anni è in realtà il vero reato. E lo è perché non dà alla persona accusata la possibilità di difendersi nel merito delle accuse che le vengono rivolte. Il vero reato è la gogna alla quale si espone una persona senza fornire prove o particolari che diano corpo e sostanza all’accusa lanciata. Fino a prova contraria, infatti, una persona è innocente finché non viene dimostrato ciò che le viene imputato. Ed è lecito e democratico darle la possibilità di difendersi. Bisogna dimostrare se ‘quel porco’ si è limitato a un approccio o ha buttato le mani, se ha cercato di sedurre una donna o l’ha costretta a subire una violenza, se è stato solo galante o maldestro. Sembrano sfumature ma, come hanno scritto le cento firmatarie della lettera inviata a Le Monde, sono invece la sostanza.

Femminismo non significa “odiare gli uomini e la sessualità” sostengono le firmatarie dell’appello, tra cui la giornalista Elisabeth Levy, le scrittrici Catherine Millet e Catherine Robbe-Grillet, l’attrice Ingrid Caven (ex moglie del regista Rainer Werner Fassbinder) e l’editrice Joelle Losfeld. Perché un conto è denunciare un abuso o una violenza, un conto è dare vita ad una valanga che – scrivono le cento firmatarie dell’appello – ha “comportato, sulla stampa e sui social network, una campagna di delazioni e accuse pubbliche di individui che, senza che si lasci loro la possibilità di rispondere o di difendersi, vengono messi esattamente sullo stesso piano di violentatori. Questa giustizia sbrigativa ha già fatto le sue vittime, uomini puniti nell’esercizio del loro lavoro, costretti a dimettersi, avendo avuto come unico torto quello di aver toccato un ginocchio, tentato di strappare un bacio, o aver parlato di cose intime in una cena di lavoro, o aver inviato messaggi a connotazione sessuale a una donna che non era egualmente attirata sessualmente”. Perché “questa febbre di inviare i ‘maiali’ al macello, lungi dall’aiutare le donne a rafforzarsi, serve in realtà gli interessi dei nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari e di quelli che credono che le donne siano esseri umani a parte, bambini con il volto adulto, che pretendono di essere protette”.

La battaglia delle cento donne si concentra sulla distinzione netta fra la “violenza sessuale”, che è “un crimine”, e il “rimorchio” che “non è neppure un reato”. “Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”, siamo “abbastanza mature per ammettere che la pulsione sessuale è per sua natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente accorte per non confondere il corteggiamento maldestro con l’aggressione sessuale”. Le firmatarie gridano il loro desiderio di “non riconoscersi in questo femminismo che, al di là della denuncia degli abusi di potere, assume il volto dell’odio verso gli uomini e la sessualità”. Niente a che vedere con le battaglie giuste e sacrosante, ma la confusione si ritorce contro le stesse vittime: “La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana”.

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