Se studiare non è più un valore aggiunto

studiare è un valore aggiuntoLa cronaca degli ultimi decenni ci ha insegnato che per fare soldi e carriera basta essere coatti, fare le veline, sposare gente ricca, conoscere le persone giuste, trovarsi nel letto giusto e nelle feste (sessuali) giuste. Infine, la crisi da una parte e le tasse sempre più insostenibili hanno fatto il resto. Quindi, perché dovremmo meravigliarci se negli ultimi anni c’è stato un calo di iscrizioni all’Università? In dieci anni, denuncia il Cun (Consiglio universitario nazionale), gli immatricolati sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Come se in un decennio – quantifica il Cun – fosse scomparso un ateneo come la Statale di Milano. Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio e la gran parte degli atenei. Ai 19enni, il cui numero è rimasto stabile negli ultimi 5 anni, la laurea interessa sempre meno: le iscrizioni sono calate del 4% in tre anni: dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel 2010-2011. Del resto mi domando: a che serve appendere la pergamena al muro se non ti dà lavoro e neppure la puoi mangiare quando hai fame? A che serve essere chiamati dottori se non hai un reddito e se ce l’hai non arrivi neppure alla fine della seconda settimana? A che serve laurearsi se poi il lavoro lo trovano sempre e solo gli altri. Ma non perché bravi. Solo perché amici degli amici. E pazienza se sono anche un po’ coglioni. L’augurio in questo desolante deserto è che il calo delle iscrizioni all’Università non coincida con un calo del livello culturale. Perché, in fin dei conti, avere la pergamena non è certo sinonimo di intelligenza, cultura e capacità.

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