Chi sono

Premio cronista dell'anno 2003 Ciampi e Cesario Picca

Il premio cronista dell’anno

Nel 2001 un “uccellino” mi ha detto che probabilmente c’erano state delle irregolarità nei lavori per il rifacimento di due palazzine della caserma Varanini di via Agucchi a Bologna dove ha sede il Nucleo radiomobile (il 112) dei carabinieri. Ne è seguito un lavoro certosino durato più di un mese e caratterizzato da controlli, verifiche e acquisizioni di documenti che alla fine ha permesso di appurare la bontà di quella soffiata. In pratica un’azienda fantasma, esistente solo sulla carta e creata ad hoc da alcuni amici di amici, ha vinto una gara d’appalto del valore di 800 milioni. L’esecuzione dei lavori è stata affidata a un’azienda vera che si è dovuta accontentare di poco più di 200 milioni con un guadagno netto per gli amici di mezzo miliardo. Quella vicenda è finita in mano alla magistratura che ha aperto dapprima un fascicolo e poi un’inchiesta che si è conclusa con il rinvio a giudizio di alcune persone. Peccato che la prescrizione abbia steso un velo su tutto e nessuno abbia pagato tranne i carabinieri che in quelle due palazzine vivono e lavorano tra non poche difficoltà dovute proprio alla non perfezione dei lavori. Io in compenso ho ottenuto la soddisfazione di risultare tra i vincitori del premio nazionale “Cronista dell’anno-Piero Passetti 2002” indetto dall’Unione nazionale cronisti italiani (Unci). Durante la premiazione avvenuta al Quirinale l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi esortò i giornalisti italiani a tenere la schiena dritta.

Il mio intervento durante uno dei tanti convegni a cui ho preso parte

Di cosa mi occupo…

per 25 anni mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria. La strada è stata la mia casa, le lancette dell’orologio la mia schiavitù, i fatti da raccontare il mio dio, il pubblico e i lettori i miei unici padroni. Non c’erano né feriali, né festivi; né vita privata, né sociale. Né caldo, né freddo; né pioggia, né vento; né neve, né tempesta che potessero fermarmi nella folle corsa alla ricerca di una storia da raccontare. Ora mi occupo dei miei gialli e del loro protagonista Rosario Saru Santacroce e curo la comunicazione di chi ha la necessità e la voglia di dire qualcosa. Penso e aggiorno siti internet, seguo i social network, redigo comunicati stampa, gestisco momenti di crisi, curo l’immagine aziendale o professionale di chi vorrebbe navigare in questo oceano metafisico ma è preso dal reale e dalle sue infinite sfumature.

Avevo 20 anni quando…

decisi di imbarcarmi nell’avventura del giornalismo per fare sul serio. Fino a quel momento avevo collaborato con periodici, radio e tv locali e debbo dire che mi ero abbastanza divertito. Ma da lì a fare il grande salto, come avrei più tardi appurato, il passo sarebbe stato molto ma molto lungo. Cominciai a collaborare con la Gazzetta del Mezzogiorno con l’allora bravo e capace direttore Domenico Faivre, morto prematuramente, al quale sono rimasto molto legato. Non avevo mai scritto per un giornale “serio” e l’impatto fu così e così. Ma testardaggine, voglia di fare e di lavorare, oltre alla sua ala protettrice, sono state le mie compagne di ventura che mi hanno accompagnato fino a qui. Dopo due anni ho cominciato a collaborare con il Quotidiano di Lecce dove allora c’era il vice direttore vicario Antonio Maglio che ricordo sempre con molto affetto. Mi resi però subito conto che Lecce mi stava un po’ strettina. Fu così che partecipai al concorso all’allora Istituto per la formazione al giornalismo di Bologna dove risultai tra i 14 vincitori. Nonostante gli scontri con qualche testa di c., l’esperienza è stata positiva, mi ha permesso di affinare le mie doti professionali, di diventare giornalista professionista, coronando quello che allora era un sogno. In quella circostanza ho conosciuto Nico Perrone che dopo l’esperienza professionale al magazine sportivo “Forza Bologna”, il mensile ufficiale della società rossoblù, mi chiamò quando fece nascere il Domani di Bologna (poi diventato l’Informazione) occupandomi con passione di cronaca nera e giudiziaria, ciò di cui poi mi è sempre piaciuto scrivere. Ed è stato proprio grazie al Domani che nel 2002 sono stato insignito del premio cronista dell’anno Piero Passetti (vedi a inizio pagina). Per alcuni anni ho anche collaborato con l’agenzia di stampa Adn Kronos. Poi gli anni passano, la vita va avanti, le cose cambiano, gli interessi pure e ti accorgi che quel sogno non ti appartiene più e che è altro ciò che cerchi.

Come spesso accade…

per chi ama questo lavoro, il passo tra il giornalista e lo scrittore non è molto lungo. A dire il vero ci pensavo da molto tempo a scrivere un romanzo, ma la mia prima creatura è stato il saggio giuridico “Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa” grazie al quale ho ottenuto numerosi attestati di stima e soddisfazioni che hanno compensato la fatica. Un ringraziamento per il completamento di questo lavoro va alle persone che vi hanno voluto collaborare e che hanno dato un importante quanto prezioso contributo al testo rendondolo quanto mai d’attualità. Per esempio, nel proprio scritto, l’ex presidente della Corte d’Assise di Bologna, Libero Mancuso, invita a mettere da parte il sensazionalismo per fare spazio al necessario approfondimento, forse l’unica forma di giornalismo capace di fornire ai lettori gli strumenti idonei che gli consentano di farsi una propria idea su un determinato avvenimento. Gli fa in parte eco l’ex segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Vittorio Roidi, quando parla della necessità di fare della stampa quel famoso cane da guardia a difesa dell’interesse collettivo. Segue la discussione sull’articolo 21 tra il professor Augusto Barbera (che ritiene giunto il momento per il diritto costituzionale moderno di fare i conti con la tv), l’allora presidente dell’Ordine lombardo dei giornalisti, Francesco Abruzzo, che vorrebbe vedere i suoi colleghi inseriti nella Costituzione, e l’ex procuratore capo della Procura di Bologna, Enrico Di Nicola, secondo cui il dettato costituzionale va bene così e non serve alcuna modifica. Senza per questo dimenticare gli interventi del professor Paolo Bolognesi dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto che chiede di abolire il segreto di Stato, della senatrice Daria Bonfietti, membro del Parlamento italiano all’Osce, l’organismo che ha realizzato un dossier sulla libertà di stampa nel mondo e in Italia, dell’allora vice presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Claudio Santini che parla dell’uso della cronaca a fini politici. Per concludere con il rapporto di Rsf sempre sulla libertà di stampa nel mondo e con l’intervento dell’ex responsabile della comunicazione della Provincia di Bologna, Roberto Olivieri, sulla comunicazione della pubblica amministrazione.

Rosario Saru Santacroce…

Poi è arrivato lui, il mio alter ego Saru che mi ha cambiato la vita. Mi ha dato la spinta necessaria a credere in questo progetto e ora lo sto portando avanti. Un po’ mi assomiglia. Molti i caratteri in comune tra noi, con la differenza che mentre Saru è romanzato, io vivo la realtà che è decisamente diversa. Saru fa conoscere ai lettori i meccanismi dell’informazione. Fa leggere loro veri articoli di cronaca e riporta alla luce fatti realmente accaduti. È un personaggio esplosivo, razionale, qualche volta rude e politicamente non corretto. È genuino, schietto e sincero. Va dritto alla sostanza anche se non disdegna la forma; ama la vita, odia la falsità, l’ipocrisia e il finto buonismo. Il suo amore per il Salento traspare attraverso il gusto per la buona tavola, i prodotti e i piatti tipici, i modi di pensare e di dire, i luoghi e i ricordi. Con Saru ho cominciato l’avventura dello scrittore e mi sono lanciato nel mondo del giallo, dei thriller, della suspense, del mystery. Si dice spesso che occorrerebbe parlare degli argomenti che si conoscono e quindi di cosa avrebbe potuto scrivere un nerista e giudiziarista? Sono già tre le avventure date alla luce (Tremiti di paura, Gioco mortale e Il dio danzante di cui potete leggere nella sezione I gialli) e altre sono in gestazione. Sono romanzi conditi con simpatia, verve, un goccio di salentinità e tanto mistero che tengono inchiodato chi legge dalla prima all’ultima pagina. Ai lettori piacciono e finché io e Saru avremo voglia di giocare ci sarà divertimento per tutti.

Sono nato…

alle 2,15 di un lunedì di fine agosto a Taviano, una bella e interessante cittadina della provincia di Lecce. Siamo nel profondo e meraviglioso Salento dove l’Italia assume la forma del tacco di uno stivale e si fa baciare da una parte dal mar Ionio e dall’altra dal mare Adriatico. Quando ho esternato il primo vagito le campane, mi ricordo bene, non le hanno suonate. Mi consola pensare che non l’abbiano fatto per non svegliare la gente che doveva alzarsi presto per andare a lavorare. Ma credo che sia stata anche una scelta dettata dalla saggezza tipica salentina perché dalle mie parti, a quel tempo, avevano il grilletto facile. Se solo l’allora parroco della chiesa di San Martino, don Salvatore, detto Papa Tore, si fosse solo sognato di tirare le corde penso che l’avrebbero impallinato. Dunque, sono leccese di nascita ma bolognese di adozione. Sono ormai tanti anni che vivo e lavoro sotto le Due Torri e che calpesto il rivestimento dei portici della città rossa.

Qualche anno fa…

mi sono laureato dopo innumerevoli sacrifici dato che, come probabilmente molti di voi sanno, lavorare e studiare non è poi il massimo della vita. Ho completato gli studi in Economia bancaria all’Università di Lecce dove ai miei tempi dei professori c’era da fare un impasto e gettarlo nell’olio bollente. A tal proposito mi piace sempre ricordare un aneddoto dell’estate del 1995 quando dovevo sostenere l’esame di Economia politica 1. Un esame molto impegnativo. Il professore, ma era un modus facendi di tutti e in questo caso non conta che il prof in questione fosse di Bari (che già è un handicap), arrivò alle 11 nonostante l’appello fosse stato fissato alle 9. L’aula, una delle più grandi di Ekotecne (così si chiama il bellissimo posto in cui è ospitata la facoltà di Economia) era stracolma. Lo era così tanto da non riuscire a contenere gli studenti in attesa di quell’esame. Il prof, che quella mattina sarà stato girato per i cavoli suoi, si presentò con un solo assistente (la brutta copia di Little Tony: al posto della chitarra aveva una borsa di similpelle) e alla vista di quella marea di gente andò giù di testa: “Ma tutti Economia politica siete venuti a dare? Non potevate studiare un’altra materia? Ma ve lo dico: se non avete studiato sarò spietato e vi boccerò”. Il prof, niente da dire, fu di parola e non solo con chi non aveva studiato che certamente gli avrebbe fatto onore. Quel giorno fece una carneficina per le ragioni più incredibili. Da una delle ultime file in alto, una ragazza non sentì il proprio nome pronunciato senza microfono e quando si rese conto che stavano chiamando lei era ormai già troppo tardi. Il prof le strappò lo statino in faccia e la cacciò in malo modo. Un’altra si permise il lusso di presentare il permesso del datore di lavoro che le aveva concesso il giorno libero per dare l’esame. Lei aveva il diritto di sostenere l’esame quel giorno ma il prof le disse che per lei non ci sarebbe stato nulla da fare. Dopo qualche ora passata a fare carne di porco degli studenti il prof barese rinsavì e la situazione tornò alla normalità. Io, che venni spostato alla settimana successiva, uscii dall’aula, mi recai in redazione al Quotidiano di Lecce dove allora collaboravo e raccontai tutto al mio capo con il quale scrivemmo una cronaca dettagliata del delirio al quale avevo assistito. Mi ricordo ancora il titolo di apertura del giornale: “Troppi all’appello. Tutti bocciati”. Al prof, ci mancherebbe, nessuno fece nulla. In compenso per tutti quelli che vennero sentiti in quella sessione, dopo però il giorno del delirio e l’articolo sul giornale, Economia politica 1 divenne un esame normale. La settimana successiva, al secondo round, infatti, il prof arrivò puntuale in facoltà, alle nove e con una decina di assistenti dai buoni propositi. Chissà se si è mai chiesto come fece a finire sul giornale la sua uscita di testa.

Prima della laurea…

avevo frequentato con molto profitto il liceo linguistico dove mi ero iscritto perché odiavo non poter comunicare con le persone che non conoscevano la mia lingua. Fu un successo e devo dire che quando mi spacciavo per il francesino (sarà stato che allora ero anche più magro e più carino, ma lo giuro mi sono sempre lavato più dei cugini d’Oltralpe) tutti ci credevano e sulle ragazze aveva parecchio fascino. Mi ricordo anche che una sera, mentre approcciavo una bella ragazza nella marina di Torre San Giovanni e le raccontavo tante fesserie sulla mia nazionalità, sulla Francia e altro ancora, dimostrando non poche difficoltà a capire l’italiano, arrivò il mio amico Doriano Scarda con il quale mi ero accompagnato. E come accade in questi casi rischiò di rovinare tutto. Siccome era ormai una certa ora cominciò ad urlarmi in dialetto di tornare a casa perché il mattino dopo sarebbe stata dura alzarsi presto per andare a lavorare in campagna (o a fore, come si dice in dialetto salentino). Ovviamente dovevo cercare di raddrizzare la situazione. Perché non era credibile che un bel francesino facesse fatica a comprendere l’italiano e poi si facesse parlare addirittura in dialetto. A quel punto mi rivolsi all’amico Doriano e in francese gli dissi: “Dorianò, prends le moteur qu’on va”. Come volevasi dimostrare Doriano Scarda (con l’accento sulla o per farlo suonare francese) non capì e in dialetto mi ribattè: “Ma ci ddici, nun te capiscu, cunta comu sai”. Per evitare ulteriori figuracce mi lanciai al volo su di lui e lo portai lontano salvando capra e cavoli. Da allora è rimasta la famosa locuzione: “Pronlemoteur”.