Curiosità su Cesario Picca

Curiosità su Cesario Picca e il premio cronista dell’anno, ma anche su Saru Santacroce, sulla mia vita e sul mio lavoro

Curiosità su Cesario Picca come il premio cronista dell’anno vinto nel 2002, ma anche sul cronista Saru Santacroce, che è il mio alter ego, sulla mia vita e sul mio lavoro. Un modo per conoscerci un po’

Il premio cronista dell’anno

Cesario Picca e il premio cronista dell'anno
Il premio cronista dell’anno è senza dubbio una medaglia di cui vado orgoglioso.

Il mio intervento a un convegno

Di cosa mi occupo…

per 25 anni mi sono occupato di cronaca nera e giudiziaria. La strada è stata la mia casa, le lancette dell’orologio la mia schiavitù, i fatti da raccontare il mio dio e i lettori i miei unici padroni. Non c’erano feriali o festivi; e neppure vita privata o sociale. Nella folle corsa alla ricerca di una storia da raccontare non potevano fermarmi né il caldo, né il freddo. E neppure la pioggia o il vento; così come nulla potevano la neve o le tempeste. Ma tanto impegno e tanta passione mi hanno fruttato il Premio cronista dell’anno nel 2002. Poi le cose cambiano, la vita ti mette di fronte a determinate scelte e la curiosità ti spinge a imboccare nuove strade…
Ora mi occupo dei miei gialli e del loro protagonista Rosario Saru Santacroce. E se ne vale la pena curo la comunicazione di chi ha la necessità e la voglia di dire qualcosa. Penso e aggiorno siti internet, seguo i social network, redigo comunicati stampa e gestisco momenti di crisi.
Curo l’immagine aziendale o professionale di chi vorrebbe navigare in questo oceano metafisico ma è preso dal reale e dalle sue infinite sfumature. Sono spesso relatore e/o moderatore in convegni e trasmissioni radiofoniche e televisive e organizzo e presento eventi e manifestazioni.

Avevo 20 anni quando…

decisi di imbarcarmi nell’avventura del giornalismo per fare sul serio. Fino a quel momento avevo collaborato con periodici, radio e tv locali e debbo dire che mi ero abbastanza divertito. Ma da lì a fare il grande salto, come avrei più tardi appurato, il passo sarebbe stato molto ma molto lungo.
Cominciai a collaborare con la Gazzetta del Mezzogiorno con l’allora bravo e capace direttore Domenico Faivre, morto prematuramente, al quale sono rimasto molto legato.
Non avevo mai scritto per un giornale “serio” e l’impatto fu così e così. Ma testardaggine, voglia di fare e di lavorare, oltre alla sua ala protettrice, sono state le mie compagne di ventura che mi hanno accompagnato fino a qui. Dopo due anni ho cominciato a collaborare con il Quotidiano di Lecce con il vice direttore vicario Antonio Maglio che ricordo sempre con molto affetto. Mi resi però subito conto che Lecce mi stava un po’ strettina. Fu così che partecipai al concorso all’allora Istituto per la formazione al giornalismo di Bologna risultando tra i 14 vincitori. Nonostante gli scontri con qualche testa di c., l’esperienza è stata positiva. Mi ha permesso di crescere, di affinare le mie doti professionali e di diventare un giornalista professionista. Ho coronato così quello che allora era un sogno. In quella circostanza ho conosciuto Nico Perrone.
Dopo l’esperienza professionale al magazine sportivo “Forza Bologna”, il mensile ufficiale della società rossoblù, mi chiamò quando fece nascere il Domani di Bologna (poi diventato l’Informazione).
Mi sono occupato con passione di cronaca nera e giudiziaria, ciò di cui poi mi è sempre piaciuto scrivere. Ed è stato proprio grazie al Domani che nel 2002 sono stato insignito del premio cronista dell’anno Piero Passetti (vedi a inizio pagina). Per alcuni anni ho anche collaborato con l’agenzia di stampa Adn Kronos. Poi gli anni passano, la vita va avanti, le cose cambiano, gli interessi pure. A quel punto ti accorgi che quel sogno – nonostante il premio cronista dell’anno – è solo una parte della tua vita. Pertanto è normale cercare altro, fermo restando che la vita, un dono a mio avviso prezioso, è sempre imprevedibile.

Come spesso accade…

per chi ama questo lavoro, il passo tra il giornalista e lo scrittore non è molto lungo. Da molto tempo pensavo di scrivere un romanzo, ma la mia prima creatura è stato il saggio giuridico “Senza bavaglio – l’evoluzione del concetto di libertà di stampa“. Grazie ad esso ho ottenuto numerosi attestati di stima e soddisfazioni che hanno compensato la fatica. Un ringraziamento per il completamento di questo lavoro va alle persone che vi hanno creduto e hanno voluto collaborare. Hanno dato un importante quanto prezioso contributo al testo rendendolo quanto mai d’attualità.
L’ex presidente della Corte d’Assise di Bologna, Libero Mancuso, invita a mettere da parte il sensazionalismo per fare spazio al necessario approfondimento. Forse l’unica forma di giornalismo capace di fornire ai lettori gli strumenti idonei che gli consentano di farsi una propria idea su un determinato avvenimento. Gli fa in parte eco l’ex segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Vittorio Roidi, quando parla della necessità di fare della stampa quel famoso cane da guardia a difesa dell’interesse collettivo.
Segue la discussione sull’articolo 21 tra il professor Augusto Barbera (che ritiene giunto il momento per il diritto costituzionale moderno di fare i conti con la tv), l’allora presidente dell’Ordine lombardo dei giornalisti, Francesco Abruzzo, che vorrebbe vedere i suoi colleghi inseriti nella Costituzione, e l’ex procuratore capo della Procura di Bologna, Enrico Di Nicola, secondo cui il dettato costituzionale va bene così e non serve alcuna modifica. Senza per questo dimenticare gli interventi del professor Paolo Bolognesi dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto che chiede di abolire il segreto di Stato.
Della senatrice Daria Bonfietti, membro del Parlamento italiano all’Osce, l’organismo che ha realizzato un dossier sulla libertà di stampa nel mondo e in Italia. Dell’allora vice presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Claudio Santini che parla dell’uso della cronaca a fini politici. Per concludere con il rapporto di Rsf sempre sulla libertà di stampa nel mondo e con l’intervento dell’ex responsabile della comunicazione della Provincia di Bologna, Roberto Olivieri, sulla comunicazione della pubblica amministrazione.

Rosario Saru Santacroce…

Poi è arrivato lui, il mio alter ego Saru che mi ha cambiato la vita. Mi ha dato la spinta necessaria a credere in questo progetto e ora lo sto portando avanti. Un po’ mi assomiglia. Molti i caratteri in comune tra noi, con la differenza che mentre Saru è romanzato, io vivo la realtà che è decisamente diversa.
Saru fa conoscere ai lettori i meccanismi dell’informazione. Fa leggere loro veri articoli di cronaca e riporta alla luce fatti realmente accaduti. È un personaggio esplosivo, razionale, qualche volta rude e politicamente non corretto. È genuino, schietto e sincero. Va dritto alla sostanza anche se non disdegna la forma; ama la vita, odia la falsità, l’ipocrisia e il finto buonismo.
Il suo amore per il Salento traspare attraverso il gusto per la buona tavola, i prodotti e i piatti tipici, i modi di pensare e di dire, i luoghi e i ricordi. Con Saru ho cominciato l’avventura dello scrittore e mi sono lanciato nel mondo del giallo, dei thriller, della suspense, del mystery. Si dice spesso che occorrerebbe parlare degli argomenti che si conoscono. Quindi, di cosa avrebbe potuto scrivere un nerista e giudiziarista vincitore del premio cronista dell’anno?
Sono già sei le avventure date alla luce (Tremiti di paura, Gioco mortale, Il dio danzante, Vite spezzate, L’intrigo e Il filo rosso di cui potete leggere nella sezione I gialli) e altre sono in gestazione. Seppur frutto di fantasia, nei miei romanzi ci trovi anche molti temi legati all’attualità. Tutti a modo loro mettono sotto i riflettori un particolare argomento.
In Tremiti di paura c’è il femminicidio; in Gioco mortale si parla della trasgressione; ne Il dio danzante il conflitto tra amore e potere in un contesto di segreti inconfessabili in cui nulla è davvero come appare; in Vite spezzate c’è il doloroso tema degli abusi sui minori; nel L’intrigo si parla di esoterismo e massoneria; Il filo rosso spiega che spesso sbagliare non aiuta ad imparare ma a morire.
In tutti c’è sempre un goccio di salentinità che con il mistero tiene inchiodato chi legge dalla prima all’ultima pagina. Ai lettori piacciono e finché io e Saru avremo voglia di giocare ci sarà divertimento per tutti.

Sono nato…

alle 2,15 di un lunedì di fine agosto a Taviano, una cittadina della provincia di Lecce. Siamo nel profondo e meraviglioso Salento. Qui l’Italia assume la forma del tacco di uno stivale ed è baciata da una parte dal mar Ionio e dall’altra dal mare Adriatico. Quando ho esternato il primo vagito le campane, mi ricordo bene, non le hanno suonate. Mi consola pensare che non l’abbiano fatto per non svegliare la gente che doveva alzarsi presto per andare a lavorare.
Ma credo che sia stata anche una scelta dettata dalla saggezza tipica salentina. Perché dalle mie parti, a quel tempo, avevano il grilletto facile. Se solo l’allora parroco della chiesa di San Martino, don Salvatore, detto Papa Tore, si fosse solo sognato di tirare le corde penso che non si sarebbe goduto la vecchiaia. Dunque, sono leccese di nascita ma bolognese di adozione. Sono ormai tanti anni che vivo e lavoro sotto le Due Torri e che calpesto il rivestimento dei portici della città rossa. E sono certo che in quel premio cronista dell’anno ci sia molto di Lecce e Bologna.

Qualche anno fa…

tra le curiosità su Cesario Picca merita senza dubbio questo episodio. Mi sono laureato dopo innumerevoli sacrifici. Come probabilmente molti di voi sanno, lavorare e studiare non è poi il massimo della vita. Ho completato gli studi in Economia bancaria all’Università di Lecce dove ai miei tempi dei professori c’era da fare un impasto e gettarlo nell’olio bollente.
A tal proposito mi piace sempre ricordare un aneddoto dell’estate del 1995. In quel periodo dovevo sostenere l’esame di Economia politica 1. Un esame molto impegnativo. Il professore, ma era un modus facendi di tutti e in questo caso non conta che il prof in questione fosse di Bari (che già è un handicap), arrivò alle 11 nonostante l’appello fosse stato fissato alle 9.
L’aula, una delle più grandi di Ekotecne (così si chiama il bellissimo posto in cui è ospitata la facoltà di Economia) era stracolma. Lo era così tanto da non riuscire a contenere gli studenti in attesa di quell’esame. Il prof, che quella mattina sarà stato girato per i cavoli suoi, si presentò con un solo assistente. Era la brutta copia di Little Tony, ma al posto della chitarra aveva una borsa di similpelle. Alla vista di quella marea di gente, il prof andò giù di testa.
“Ma tutti Economia politica siete venuti a dare? Non potevate studiare un’altra materia? Ma ve lo dico: se non avete studiato sarò spietato e vi boccerò”. Il prof, niente da dire, fu di parola. Ma non solo con chi non aveva studiato che certamente gli avrebbe fatto onore. Quel giorno fece una carneficina per le ragioni più incredibili.
Da una delle ultime file in alto, una ragazza non sentì il proprio nome pronunciato senza microfono e quando si rese conto che stavano chiamando lei era ormai già troppo tardi. Il prof le strappò lo statino in faccia e la cacciò in malo modo. Un’altra si permise il lusso di presentare il permesso del datore di lavoro che le aveva concesso il giorno libero per dare l’esame.
Lei aveva il diritto di sostenere l’esame quel giorno, ma il prof le disse che per lei non ci sarebbe stato nulla da fare. Dopo qualche ora passata a fare carne di porco degli studenti il prof barese rinsavì e la situazione tornò alla normalità. Io venni spostato alla settimana successiva. Uscii dall’aula, mi recai in redazione al Quotidiano di Lecce con il quale allora collaboravo e raccontai tutto al mio capo. Insieme scrivemmo una cronaca dettagliata del delirio al quale avevo assistito.
Mi ricordo ancora il titolo di apertura del giornale: “Troppi all’appello. Tutti bocciati”. Al prof, ci mancherebbe, nessuno fece nulla. In compenso per tutti quelli che vennero sentiti in quella sessione, dopo però il giorno del delirio e l’articolo sul giornale, Economia politica 1 divenne un esame normale. La settimana successiva, al secondo round, infatti, il prof arrivò puntuale in facoltà. Era lì alle nove e con una decina di assistenti dai buoni propositi. Chissà se si è mai chiesto come fece a finire sul giornale la sua uscita di testa.

Prima della laurea…

questa curiosità su Cesario Picca è senza dubbio la più carina. Avevo frequentato con molto profitto il liceo linguistico. Mi ci ero iscritto perché odiavo non poter comunicare con le persone che non conoscevano la mia lingua. Fu un successo. E devo dire che quando mi spacciavo per il francesino tutti ci credevano. Sulle ragazze aveva parecchio fascino, il fascino dello straniero. Forse sarà anche stato il fatto che allora ero più magro e più carino, ma lo giuro mi sono sempre lavato più dei cugini d’Oltralpe…

Mi ricordo in particolare una sera mentre approcciavo una bella ragazza nella marina di Torre San Giovanni. Le stavo raccontando tante fesserie sulla mia nazionalità, sulla Francia e altro ancora. Fingevo di avere non poche difficoltà a capire l’italiano. All’improvviso arrivò il mio amico Doriano Scarda con il quale mi ero accompagnato.
E come accade in questi casi rischiò di rovinare tutto. Siccome era ormai una certa ora cominciò ad urlarmi in dialetto di tornare a casa. Il mattino dopo sarebbe stata dura alzarsi presto per andare a lavorare in campagna (o a fore, come si dice in dialetto salentino). Ovviamente dovevo cercare di raddrizzare la situazione. Non era credibile che un bel francesino facesse fatica a comprendere l’italiano e poi si facesse parlare addirittura in dialetto. O, perlomeno, in quel frangente non sarei stato in grado di risolvere l’impasse con successo.
A quel punto mi rivolsi all’amico Doriano e in francese gli dissi: “Dorianò, prends le moteur qu’on va”. Come volevasi dimostrare Doriano Scarda (con l’accento sulla o per farlo suonare francese) non capì e in dialetto mi ribattè: “Ma ci ddici, nun te capiscu, cunta comu sai”. Per evitare ulteriori figuracce mi lanciai al volo su di lui e lo portai lontano salvando capra e cavoli. Da allora è rimasta la famosa locuzione: “Pronlemoteur”.

 

Per qualsiasi informazione o curiosità su Cesario Picca mi potete contattare a info@cesariopicca.it o attraverso i miei profili social

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