Un editore serio per pubblicare un buon giallo

tremiti di paura giallo thriller saru santacroce Voglio condividere con voi le prime pagine di uno dei miei gialli. Ovviamente non ancora pubblicato. Il protagonista Saru Santacroce sta cercando un editore serio per continuare a raccontare le sue divertenti e intriganti storie. Se ce n’è in giro uno o ne conoscete uno passate parola. Grazie a tutti

 

Erano ormai le ultime ore di vacanza alle Isole Tremiti. Era stata praticamente una toccata e fuga. Appena sette giorni per staccare dal lavoro dopo un periodo abbastanza impegnativo. Rosario Santacroce se li era comunque goduti come amava fare. Era stato pure fortunato nella scelta della compagnia che aveva manifestato gusti identici ai suoi. Con un buon libro al seguito aveva trascorso le sue giornate steso al sole come una lucertola. Come al solito sarebbe tornato al lavoro così nero da scatenare l’invidia di colleghi e conoscenti. Di tanto in tanto si gettava nell’acqua limpida del brillante mare della sua Puglia. Un modo più che piacevole per sopravvivere alla canicola di quel luglio di fuoco. Quella sera Saru e la sua nuova fidanzata avevano deciso di fare un giro notturno sulla bianca isola di San Nicola. Per raggiungerla presero il traghetto serale dal molo di San Domino. L’idea era di visitare la roccaforte e poi fermarsi a mangiare all’Artista, il ristorante gestito da Michelina.

Il locale era stato consigliato loro il giorno prima da Mauro. Sulla sua barca i due avevano trascorso un’intera giornata a fare bagni intorno all’isola e a gustare un ottimo pranzo a base di pesce pescato la notte precedente. Uno di quei giri organizzati che vengono solitamente offerti ai turisti per fare il periplo delle Tremiti. Ne avevano letto su un manifesto pubblicitario. Era attaccato al bancone di un bar che si affaccia sulla piazzetta intitolata al presidente che esulta ai Mondiali di Spagna, Sandro Pertini. Su un foglio A4 veniva pubblicizzata una giornata indimenticabile. Ma loro si erano imbarcati tra mille dubbi. Avevano preso parte entrambi a giri del genere nel corso delle loro precedenti vacanze. E ne erano rimasti se non delusi comunque non contenti. Stavolta però avevano dovuto ricredersi. Avevano pagato 50 euro a testa ma per la qualità del trattamento ricevuto erano stati ben spesi. Infine, per l’ultima sera di vacanza, trascorsa all’insegna della spartaneria, avevano deciso di concedersi una cena in uno dei ristoranti più rinomati del luogo. Per riuscire a fare tutto, però, erano stati costretti a tornare a casa presto dalla spiaggia. E lo avevano fatto non senza rimpianti considerato che quello sarebbe stato pure l’ultimo giorno di mare. Una doccia veloce e poi via verso il porto per giungere a destinazione prima del calare del sole.

Si sedettero al tavolo prenotato poco prima. Lo avevano voluto sul terrazzino che dà sul mare. Quella sera non c’era molta gente e si poteva udire il rumore delle onde che lievemente si adagiavano sulla battigia. Una serata molto tranquilla. Lontana da sirene, traffico, smog, urla e stress che quotidianamente caratterizzano la vita lavorativa di Saru. Rosario Santacroce è un cronista che sta per raggiungere la boa degli anta. È originario del Salento e lavora a Bologna da una ventina d’anni. Al suo paese è conosciuto come “Saru”. Un diminutivo che viene affibbiato a tutti quelli che si chiamano come lui. Come tanti suoi conterranei è arrivato sotto le Due Torri per l’Università e ci è rimasto. Voleva fare l’avvocato. Ma durante gli studi ha conosciuto un brillante giornalista che l’ha introdotto nel mestiere. Appesa la pergamena al muro, Rosario si è dedicato anima e corpo al giornalismo. Dopo qualche anno di precariato è stato assunto in un quotidiano locale. Voglia di fare e intraprendenza si sono rivelate le sue armi vincenti. Per non parlare dei tanti carabinieri e poliziotti leccesi che lavorano nel capoluogo emiliano. Saru esce spesso a cena o a pranzo con loro. Tra un boccone e l’altro tutto diventa meno difficile. Con loro ha un rapporto particolare che va oltre l’aspetto prettamente lavorativo. Usa molto spesso le sue battute e le chicche di saggezza tipicamente salentine per sdrammatizzare. Parecchie volte la sua ilarità ha permesso di sbrogliare situazioni tese e ingarbugliate. Il sesso è la sua ossessione. Frequenta parecchie donne. E non sono poche le volte in cui finisce nei guai per via di questa passione. I colleghi lo prendono in giro conoscendo la sua fobia per gli omosessuali. Eppure ha parecchi amici gay. Per sgomberare il campo da eventuali illazioni ogni occasione è buona per rimarcare la sua eterosessualità. Ma per i suoi colleghi ribadire continuamente il proprio apprezzamento per l’altra metà del cielo non è altro che un tentativo di nascondere un’omosessualità latente.

Sul terrazzino insieme ai pochi clienti c’era anche un gatto persiano. Il felino pareva apprezzare parecchio la cucina di Michelina probabilmente molto generosa con lui. Per cominciare Rosario chiese una pepata di cozze e la sua compagna un piatto di Palamito, un pesce locale molto gustoso usato soprattutto da antipasto e condito con olio, aceto, capperi e prezzemolo. Erano le dieci quando si sedettero. Avevano poco più di un’ora per consumare il pasto prima di prendere il traghetto che li avrebbe riportati indietro con l’ultima corsa della giornata. In caso contrario avrebbero dovuto seriamente prendere in considerazione la possibilità di percorrere a nuoto quei cento metri che separano le due isole. La bella e intelligente ragazza con cui era in vacanza era sicura del fatto suo. Era certa di possedere ottime armi per convincere qualche pescatore a dare loro un passaggio. Un gioco seducente che i due apprezzavano parecchio. Capace di renderli complici e che li aveva trovati molto in sintonia. Ma l’accordo era di prendere in considerazione l’estrema ipotesi solo se si fossero trovati in una situazione disperata. Magari se avessero mangiato così tanto da non riuscire a farsela a nuoto. Il ristorante non era pieno e il servizio si rivelò discreto e veloce.

Le cozze e il Palamito, con il delicato rumore del mare sullo sfondo, si mostrarono un ottimo biglietto da visita. Tutto faceva pensare che il risotto di mare chiesto da entrambi sarebbe stato il giusto coronamento di una cena che avrebbero poi digerito con passione in camera. Come al suo solito Saru si era raccomandato con la giovane cameriera. Le aveva chiesto di insistere con il cuoco per una porzione abbondante. La ragazza, pugliese come lui, pareva aver capito. «A dire il vero noi in cucina abbiamo una cuoca, ma glielo farò presente ugualmente» aveva risposto con piglio sveglio dando un po’ di colore alla sua sbiadita personalità. Saru ne aveva apprezzato l’inaspettata spigliatezza e si preparava a gustare una bella portata di riso. Un alimento di cui è molto goloso. Ma con suo rammarico era stato costretto a ricredersi praticamente subito. Il mega primo che aveva sognato era infatti un minuscolo piatto neanche bellamente guarnito. Si attendeva una vivace composizione con il rosso e saporito sugo di Puglia, i gamberetti sanguigni, le vongole veraci e il prezzemolo verde brillante; si ritrovò un rosa smorto che gli aveva quasi spento l’appetito. E la presentazione non era altro che un’anticipazione del pessimo sapore. Per un attimo ebbe la triste sensazione che la cuoca, quasi per dispetto, gli avesse propinato un preparato per risotti. Un affronto se ci si trova a mangiare praticamente sul mare dove da un momento all’altro un pesce potrebbe saltarti nel piatto direttamente dall’acqua. Saru decise di mangiare lo stesso quell’obbrobrio non fosse altro che per spegnere la fame. Accompagnò il lavoro delle possenti mascelle pensando al pranzo del giorno prima. Quello sì che era stato una festa per il suo esigente palato. Mauro gli aveva ammannito aragosta, scampi, dentice e pescatrice, innaffiando il tutto con dell’ottimo vino locale.

Mentre a fatica tirava su la forchetta, un urlo agghiacciante gli fece venire i brividi mandandogli di traverso il boccone. Quell’urlo di donna che pareva aver visto la morte in faccia lo costrinse a bere per non affogarsi. Dapprima cercò di calmare la tosse con un bicchiere di acqua minerale naturale. Poi lanciò lo sguardo ferito dallo scampato pericolo verso la fidanzata. Aveva dovuto asciugare le lacrime che aveva agli occhi per mettere a fuoco l’espressione interrogativa di lei. Fu questione di attimi. Si guardò intorno nella sala. Incrociò gli occhi un po’ atterriti e un po’ sperduti degli altri commensali. Si alzò immediatamente.

«Dove vai?» gli chiese la donna spaventata.

«Vado a vedere cosa è successo» rispose Saru.

«Ma dove?» insistè lei.

«Non lo so, ma debbo andare».

«Ma che ti importa? Non siamo mica a Bologna. Siamo in vacanza, non devi lavorare» gli disse ricordandosi di quanto gli aveva raccontato una volta il cronista. Saru era a cena con la fidanzata in un accogliente ristorante a due passi dalle Due Torri. Avevano appena consumato il primo ed erano in attesa del secondo quando sentirono un boato. Quella sera in piazza Maggiore c’era un comizio del leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini. E qualcuno fece esplodere una bomba che per fortuna non causò danni. Fu sufficiente un giro veloce di telefonate per capire cosa era successo. Lasciò di corsa il ristorante e tornò a lavorare. La commensale non gradì particolarmente ma si adeguò seppur di controvoglia. Ora si ripeteva una scena analoga e alla nuova fidanzata era toccata la stessa sorte.

«Questa è la mia carta di credito, paga tu che io scappo. Tanto il risotto faceva pure schifo e la fame mi è anche passata» rispose Saru alzandosi istintivamente e dirigendosi verso l’enorme scalinata che conduce alla fortezza. Non prima di aver mandato giù un altro bicchiere d’acqua. Più che per la sete era forse per levarsi dalla bocca il sapore di quel risotto smorto che gli avevano rifilato. Sentiva di dover andare da qualche parte, ma non conosceva la destinazione.

Si mise a correre facendosi guidare dall’istinto. Attraversò il viale addobbato con alberi di palma e salì la scalinata che porta alla chiesa di Santa Maria. Si fece un veloce segno della croce e imboccò il chiostro alla destra della chiesa romanica. In giro non c’era anima viva. Lo attraversò di corsa e raggiunse la zona archeologica immersa nel buio. Conosceva la strada perché l’aveva percorsa poco prima come visitatore, ma contro le tenebre poteva ben poco. Non vedeva nulla e mentre l’istinto lasciava il posto alla ragione, cominciava anche ad avere un po’ paura. Adesso che si era infilato in quel vicolo cieco. Non sapeva più cosa fare. Giunto all’estremità dell’isola senza nemmeno una torcia cominciava ad avere la sensazione di aver fatto una grossa cazzata. Nessuno dei commensali l’aveva seguito, né tantomeno c’era qualche abitante incuriosito a dargli se non altro un po’ di coraggio. Aveva il fiatone e non sapeva se per la paura di quello che poteva essere accaduto o per la corsa. Abituato a fare footing almeno tre volte a settimana, optò per la prima ipotesi. Per istinto cominciò a guardarsi intorno e soprattutto alle spalle. Nella zona archeologica c’era un silenzio tombale. Non si udiva nulla, nemmeno lo sgradevole ronzio di una zanzara. Provò a fare qualche passo in avanti quando rimpianse di essere lì. All’improvviso un gabbiano, forse spaventato da qualcosa, spiccò il volo passandogli davanti. Non riuscì a trattenersi. Cacciò un urlo che gli venne dal più recondito anfratto dell’anima. Quasi in contemporanea udì il rumore di qualcosa che cade in acqua. Non ci fece caso più di tanto. Pensò a una pietra e proseguì. Il cuore gli batteva all’impazzata. Continuava a guardarsi intorno e alle spalle. Ma non sapeva da cosa doveva difendersi. Si chinò e raccolse da terra un sasso. Gli sarebbe potuto servire nel caso qualche malintenzionato lo avesse aggredito. Tornato il silenzio cominciò a udire dei lamenti che diventavano sempre più forti man mano che avanzava.

Era spaventato e non si vergognava affatto. Anche perché nessuno poteva vederlo. Ma nonostante tutto non riusciva a fermarsi. Avrebbe potuto chiamare aiuto con il telefonino. Recarsi sul posto con qualcun altro, magari uno del luogo. Ma sentiva che non c’era tempo. Adesso non correva più, camminava a passo svelto. All’improvviso tra le tenebre riuscì a mettere a fuoco qualcosa di bianco che si muoveva. Per qualche istante gli si ghiacciò il sangue. Si guardava intorno temendo per la sua incolumità. Aveva paura, ma la curiosità di capire cosa stava succedendo era molto più forte. Proseguì senza mai smettere di guardarsi le spalle. Mentre si avvicinava con circospezione e sospetto inciampò. Il suo volo finì contro una persona che indossava un paio di pantaloni bianchi. Era finito su una donna. L’unica certezza che aveva in quel momento. Quando si tirò su aveva le mani sporche di sangue. E color porpora erano diventati pure i suoi pantaloni panna e le scarpe. L’odore dolciastro e stomachevole del sangue fu come un pugno allo stomaco. Fece appena in tempo a girarsi dall’altra parte prima di vomitare il risotto mandato giù di controvoglia. Non riusciva ancora a capire che cosa avesse quella donna. Non era facile con quel buio e in quella circostanza. Ne udì i flebili lamenti, provò a chiederle qualcosa. Più per farsi coraggio che per prestarle soccorso. Sperava che da un momento all’altro sarebbe giunto qualcuno se non altro per farlo sentire meno solo. Il suo cuore sembrava un compressore. Una vampata di calore lo aveva colto all’improvviso. Cominciò a grondare sudore. Nonostante la paura era lucido, ma non sapeva dove buttare le mani. La donna era sdraiata sul fianco destro, leggermente rannicchiata, gli voltava le spalle. Con un filo di voce gli chiese aiuto e poi non disse più nulla. Quando le poggiò due dita della mano destra sul collo capì che non c’era più nulla da fare. L’odore del sangue era molto forte. Gli aveva invaso le narici. Lo stava soffocando. Quando la girò gli parve di capire che la ferita fosse all’addome. Non sapeva cosa fare. All’improvviso però l’agitazione lasciò il posto alla razionalità. Si convinse a lasciare tutto così com’era. Ora doveva cercare di non «sporcare» la scena del crimine. Finirci dentro era stata una casualità, ma adesso non doveva più fare fesserie. Gli pareva di essere in un mattatoio.

C’era sangue ovunque. E lui sembrava il responsabile tanto si era inzuppato. Ne aveva persino sui capelli e in faccia. Non capiva nemmeno lui come avesse fatto a sporcarsi in quel modo. Continuava a guardarsi intorno, ma non c’era anima viva. Eppure al ristorante la gente c’era. Qualcuno sull’isola abitava. Niente. Man mano che il tempo passava i suoi occhi iniziavano ad abituarsi al buio. E cominciava ad avvertire una fragranza che gli sembrava di avere già annusato. Si abbassò sulla donna morta che era tra le sue braccia. Era il suo profumo. Cercò di guardarla bene in faccia.

«Nooo, è Lucia!» esclamò. Il cuore gli tornò a battere con violenza un’altra volta. E un sentimento di dispiacere si impossessò immediatamente del suo animo attraversato da un brivido di dolore. «Perché proprio a te Lucia?» si domandava ben sapendo che non avrebbe mai ottenuto una risposta. Con il passare dei minuti quel corpo senza vita gli diveniva sempre più familiare. Quelle forme le aveva già accarezzate, seppure di sfuggita. Quelle labbra le aveva già assaporate anche se furtivamente. Gli avevano comunicato sensazioni molto piacevoli, cariche di attesa per future soddisfazioni. Rimase per qualche istante senza parole. Poi all’improvviso prese il cellulare dalla tasca e telefonò.

«Sono Rosario».

«Che è successo? Che vuoi a quest’ora cufiu?» gli rispose il collega di settore.

«Avete già chiuso?».

«Praticamente sì, perché?».

«Chi c’è come capo paranza stasera?».

«C’è il redattore capo. Ma mi dici che cazzo è successo?».

«Hai ragione scusa… Ho un omicidio per le mani…».

«Dai, non mi prendere per il culo. Ho appena fatto i giri e non mi hanno detto niente. E la radio non dà segni di vita. Tutto tace» lo interrompe il collega che pensa a uno dei soliti scherzi di Saru.

«È la verità cazzo. Ce l’ho proprio tra le mani?».

«Stai farneticando? Che c’è? Hai preso troppo sole oggi?».

«Te lo giuro. Sono qui con una donna morta tra le mani. L’hanno ammazzata…» prosegue Saru.

«Hai chiamato le forze dell’ordine?».

«Macché qui non arriva nessuno. Sono solo come un cane. Comunque ascolta. Dì al capo di lasciare dello spazio. Abbiamo una notizia bomba. Qui c’è una donna di Bologna ammazzata…».

«Dimmi che non mi stai prendendo in giro».

«Porca troia. Come te lo devo dire? Lasciami dello spazio. Ci dobbiamo per forza aprire il giornale».

«Ma cosa è successo? Fammi capire».

«Te lo spiego in breve…» prova a dire Saru quando viene interrotto.

«Fermo dove sei! Lascia la ragazza e allontanati» gli urla un carabinieri puntandogli contro la Beretta d’ordinanza e una potente torcia che quasi lo acceca.

«Ma che sta succedendo?» gli urla dal cellulare il collega che ascolta le voci e non riceve risposta.

«Stia calmo con quella pistola» grida Saru al militare alzando la mani.

«Allontanati!» gli ripete il carabiniere.

«Ho capito, lo faccio, ma stia tranquillo. Occhio con quella pistola. Sono un giornalista, stia sereno. Con questa storia non c’entro nulla. Tranquillo» dice Rosario temendo una reazione spropositata. Nel frattempo il collega continua ad ascoltare quello che succede attraverso il telefonino che Saru ha tenuto acceso apposta.

«Cosa hai fatto alla donna bastardo?» gli urla un altro carabiniere appena giunto sul posto e con una certa fatica a causa della corsa.

«Io nulla. Sta scherzando? Sono un giornalista. Ho sentito le sue urla e sono corso a vedere cosa era successo. Tutto qui» spiega ancora il cronista che in quel momento sente montare il rimpianto di non essersi fatto gli affari suoi. Tenta di sfuggire alle due potenti lampade dei militari che lo stanno accecando cercando di capire se almeno sta arrivando la fidanzata. L’unica che può tirarlo fuori dal bordello in cui si è cacciato. Possibile che nessun curioso sia ancora arrivato? Possibile che nessun commensale sia rimasto incuriosito? Solo loro a questo punto possono testimoniare a suo favore.

«Lo lasci stare» dice la voce di lei che compare dal buio.

«Finalmente! Ce ne hai messo di tempo per arrivare. Avevi perso la strada?» urla Saru pervaso da un senso di soddisfazione.

«Chi è lei?» chiede il carabiniere.

«Sono la fidanzata del signore contro cui sta puntando la pistola. Non faccia mosse avventate. Non c’entra nulla. Glielo possono testimoniare tutti quelli che erano al ristorante con noi poco fa» spiega la ragazza.

Il collega di Saru continua ad ascoltare. Gli sembra di assistere a un film. Accanto a lui ad sentire con il vivavoce è appena giunto il capo redattore che già si frega le mani per la notizia.

«La signora ha ragione. Quell’uomo non lo conosco, ma di sicuro non c’entra nulla. Era con noi al ristorante quando abbiamo sentito le urla di una donna» aggiunge un commensale.

«Perché è tutto sporco di sangue se non c’entra nulla?» domanda il militare.

«Beh, questo lo deve chiedere a lui. Spero che abbia una spiegazione» se ne esce l’uomo che poco prima era seduto al tavolo accanto a quello di Saru.

«Perché sei tutto pieno di sangue?» ripete il carabiniere.

«Glielo dico se la smette di puntarmi addosso quella maledetta pistola» risponde in maniera decisa Saru.

«D’accordo, ma stia con le mani bene in vista».

«Guardi che non ho nulla».

«Che ha nella mano destra?».

«È il cellulare. Stavo cercando di chiamare qualcuno quando è arrivato lei».

«Coraggio cominci».

«Questa donna si chiamava Lucia Benni. Credo che avesse 40 anni ed era di Bologna. Una turista bolognese» comincia a spiegare urlando un po’ per permettere al collega di prendere appunti.

«Come fai a saperlo?» gli dicono praticamente all’unisono sia il maresciallo che la fidanzata.

«Signorina, mi scusi. Qui le domande le faccio io» dice il carabiniere rivolto alla donna.

«Vai avanti».

«E dove devo andare? Poco fa eravamo al ristorante quando abbiamo sentito un urlo. Sono corso quassù a vedere cosa è successo e ho trovato il cadavere».

«Perché è sporco di sangue?».

«Sono inciampato mentre correvo nel buio e sono finito su di lei. Qui sembra un mattatoio. C’è solo sangue. Ho pure vomitato».

«Come fai a conoscerla?».

«Già come fai a conoscerla?» chiede anche la fidanzata indispettita.

«Era con noi sulla barca ieri. Era quella bella donna che prendeva il sole a prua».

«Come fai a sapere come si chiama?» continua a chiedere ingelosita la donna.

«Signorina, ho già detto che qui le domande le faccio io» ribadisce il maresciallo.

«Ma se ci abbiamo parlato per tutta la giornata. Abbiamo pranzato insieme. Normale che mi abbia detto come si chiama. Tu eri andata a fare il bagno quando mi ha detto che era di Bologna» spiega Saru.

«Guarda caso ne avete parlato proprio quando sono andata in acqua» insiste la donna.

«Ma ti sembra il caso di farmi una scenata di gelosia proprio ora? Qui c’è una morta, uno che minaccia di spararmi da un momento all’altro e tu fai ste scenate del cavolo».

«Ha ragione signorina. La smetta. Altrimenti non ci fa capire nulla. D’accordo mi ha convinto. Metta pure giù le mani» dice il militare a Saru.

«Senta qui c’è un omicidio. Credo che sia il caso di chiamare il Reparto operativo. È una cosa seria».

«Di dove sei?» chiede all’improvviso il maresciallo, comandante della stazione di San Domino.

«Sono di Lecce ma lavoro a Bologna».

«Allora ia capitu bonu ca nun eri forastieru» dice in dialetto leccese il militare.

«Percé tu te du si?» gli chiede il giornalista.

«Te Puciardu» .

«Ma dai, cumpà. Su cuntentu ca t’aggiu canusciutu. Però mo tanimu stu problema crossu te risolvere» .

«Hai ragione».

«Ho bisogno di un po’ di tempo per levarmi di dosso questo sangue. I vestiti mi si sono appiccicati addosso e non riesco a togliermi dal naso questo odore dolciastro e stomachevole. E poi devo dettare il pezzo al mio giornale».

«Paisà. Con tutto il rispetto, ma io non posso lasciarti andare. Scusami, ma tu al momento sei l’unico indiziato. Mi spiace ma ne va del mio culo. Se sanno che ti ho lasciato andare via mi mandano a spalare merda fino alla pensione e io non ne ho la minima intenzione. Ho la carriera da salvaguardare».

«Hai ragione. Come ti chiami?».

«Me chiamu Giuseppe».

«Senti Pippi. Tu hai ragione. E infatti nun me ‘ncazzu. Sta ci viti no? Tuttu quiddu ca vuei, ma la telefonata allu giurnale me l’hai fare fare. È tardu e quiddi annu chiutire. Ieu te cuai nun me mou e te ticu quiddu ca vuei, ma famme telefunare. Puru ieu aggiu panzare alla carriera» .

«Va buenu. Fanni l’articulu, ma nun te movere. Fra picca rrivane quiddi tu Repartu» .

«Senti, comu faci te cognome?» .

«Perché?».

«Cusì lu mintu subra lu giurnale» .

«No, no lassa stare. Nun boiu vuai» .

«Ma che cuai? Ticu sulu ca le indagini le ste face la stazione te San Dominu cumannata tu marasciallu…» .

«Lassa perdere pe moi. Taveru. Nun boiu vuai. Magari crai lu scrivi, ma osce none. Sai ca li capi nun bolune» .

«Va bonu. Scriu sulu te la caserma e te lu repartu. Va buenu?» .

«Ok. Senti, ma nu dire troppe cose».

«Perché? Tantu quiddu ca sacciu ieu nun’è ca ruvina le indagini» .

«Hai ragione pure tu. Però io ancora non ti ho sentito a verbale».

«E che cambia? Le cose che scrivo escono domani sul giornale. E ieu stanotte te cuntu tuttu e te firmu lu verbale» .

«Va bo’. Fanni ce buei, ma nun te movere te cuai» .

«Non mi dire che hai trovato un paesano?» gli chiede il collega che ha ascoltato tutto per telefono. «È stato bellissimo ascoltarvi, ma non ho capito niente. Che cazzo vi siete detti?».

«È lungo spiegartelo adesso. Lo facciamo domani. Ora pensiamo all’articolo. Hai già parlato con il capo?».

«Tutto a posto. Le locandine le abbiamo già preparate…».

«Che avete scritto?».

«Turista bolognese ammazzata alle Tremiti».

«Perfetto. Come vi siete organizzati con lo spazio?».

«Abbiamo spostato una pagina di politica e la nera va in terza. Ho eliminato un po’ di cose che avevo scritto e ho lasciato mezza pagina di apertura. Ti va bene?».

«Ok».

Finito di scrivere il pezzo e chiuso il giornale con una notizia bomba, i due colleghi si parlano per qualche minuto. Saru ha ancora un po’ di tempo prima che gli investigatori del Reparto operativo di Foggia lo torchino. Ci sarà anche il magistrato di turno che sta arrivando sull’isola insieme a loro a bordo di un elicottero.

«Ma come hai fatto a finire in questa storia?» gli chiede il collega.

Saru gli spiega cosa è successo mentre mangiava e come l’ha trovata, ma il collega va oltre.

«Come facevi a conoscerla?».

«Cazzo. Lasciamo stare. Sono disperato. Ma pensa te che sfiga!».

«Dai coraggio racconta».

«L’ho conosciuta ieri mentre facevo un giro dell’isola in barca. È stato un colpo di fulmine. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo piaciuti…».

«E poi?» lo interrompe il collega quasi morbosamente.

«E poi cosa?».

«Che avete fatto?».

«Cosa volevi che facessimo? Io ero con la mia ragazza e anche lei era in compagnia…».

«Ma avete parlato. Vi siete detti qualche cosa?».

«Mi ha detto chi era, di dov’era, cosa faceva nella vita. Io gli ho parlato un po’ di me e poi ci siamo scambiati il numero di cellulare con la promessa di rivederci a Bologna. Con calma senza nessuno che ci rompesse i coglioni. La mia era rosa dalla gelosia e anche il suo uomo ovviamente. Per non creare imbarazzi abbiamo lasciato subito perdere. Che peccato non essere stati liberi. Avremmo di certo approfondito la nostra conoscenza subito. E ora invece niente. Che brutta fine».

«Ma neanche un bacio?» continua il collega conoscendo Saru.

«Senti, fatti i cazzi tuoi. Non mi va di parlare di queste cose. Lasciamo stare. È arrivato pure l’elicottero. Chi fa la domenica domani? Lascia un biglietto così mi chiama. Ah, senti. Di al capo che entro domani voglio sapere se debbo restare qui per seguire il caso o se devo tornare a lavoro. Io Lunedì dovrei ricominciare».

«Ti faccio chiamare».

«Non ti scordare».

«Ok, buonanotte».

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