Il capitolo 10 de Il filo rosso

Il capitolo 10 de Il filo rosso e una morte molto sospetta causata da un incendio dalle oscure dinamiche

capitolo 10 de Il filo rosso

Una morte molto sospetta

Dal capitolo 10 de Il filo rosso

La giornata si stava avviando alla conclusione. Saru aveva già programmato di trascorrere il resto della serata e la notte con la sorella di Morfeo. Ma, come spesso gli accadeva quando organizzava qualcosa a cui teneva particolarmente, uno squillo sul cellulare gli annunciò che il lieto fine tanto agognato non era poi così vicino. E, anzi, cominciava a maturare in lui la convinzione che gli eventi di cronaca prendessero una certa piega sfavorevole e drammatica proprio quando era sua intenzione ritagliarsi dello spazio tutto per sé, come poteva essere un’occasione mondana a teatro o al cinema o una serata in scioltezza con gli amici.

L’esperienza aveva il dono di fornire elementi utili ad affrontare al meglio la vita nonostante la sua imprevedibilità. E aveva ormai imparato bene la lezione. Fu per questo che una volta aveva avuto la prontezza di spirito di mettere le mani avanti accettando un invito a cena senza vincoli d’orario. Alcuni amici dell’allora sua fidanzata avevano deciso di invitarli a casa per trascorrere un sabato sera in loro compagnia e conoscere finalmente questo “uomo della vita” di cui la loro amica aveva tanto parlato. Saru aveva convinto la donna ad andare da sola pregando gli amici, abituati a cenare presto, di non attenderlo. In tal modo aveva tolto dal campo snervanti attese, capaci di rovinare le migliori amicizie. E mai decisione era stata più saggia perché non solo era arrivato a casa di quelle persone verso le nove, quando erano già tutti comodamente seduti in salotto a chiacchierare, ma non aveva fatto neppure in tempo a finire le presentazioni. Infatti, una telefonata lo aveva costretto a scappare per via di una sparatoria che lo aveva tenuto fino a tarda sera inchiodato davanti al pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore.

«Che succede?» chiese il giornalista all’amico poliziotto.

«C’è un grosso incendio in un appartamento di via della Battaglia, al Savena. Pare che ci sia un cadavere. Noi stiamo andando adesso».

«Arrivo» disse il cronista che uscì subito dopo aver allertato i capi sulla possibilità che la serata potesse essere più lunga di quanto avessero preventivato. A Saru non restava che correre ed erano inutili, anche se comprensibili, le imprecazioni che lo accompagnarono mentre scendeva le scale della redazione. Nemmeno il fotografo fu contento di essere distolto dalle incombenze che lo stavano deliziando in quel momento, ovvero un aperitivo in buona compagnia che si stava gustando amabilmente.

Una volta sul posto, Saru cominciò come al solito a chiedere agli inquilini del palazzo e ai vicini cosa fosse accaduto, cosa avessero visto o sentito, se conoscessero o meno la persona che si diceva fosse rimasta vittima del rogo. Dopo aver raccolto qualche testimonianza, attese che i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e il medico legale finissero il loro lavoro. Era da loro che sperava di carpire elementi utili a comprendere come fossero andate le cose.

Nell’aria c’era un forte odore di bruciato che rendeva l’attesa ancora più insopportabile. In strada, come capita spesso in casi del genere, c’erano molti curiosi. Gli agenti facevano fatica a contenerli e a farli restare dietro il nastro bianco e rosso con su scritto Polizia di Stato. Con quello avevano transennato la zona per metterla in sicurezza, dando così la possibilità ai colleghi e ai pompieri di svolgere senza intralci il proprio compito. Avevano tutti lo sguardo rivolto all’insù. Tra loro c’erano i condomini, fatti sgomberare per precauzione. Intere famiglie costrette a lasciare in fretta e furia i propri appartamenti.

Il luogo, a ridosso di un parco, non era bene illuminato, ma quella sera ci pensavano i lampeggianti a sopperire alla penuria di lampioni. Il viavai degli uomini in divisa e dei sanitari del 118 era continuo. Da alcuni buchi sulle manigliette dei pompieri sgorgavano rivoli di acqua che, a contatto con la strada provata dalla siccità, sprigionavano un forte odore di umidità.

«È successo al quinto piano. Ero nel mio appartamento, di fronte alla tv, quando ho sentito puzza di bruciato. Mi sono subito precipitata sul pianerottolo per capire cosa fosse accaduto. Lì ho visto del fumo provenire dall’appartamento di fronte e ho avvertito i pompieri» spiegò una signora sui sessant’anni con un accento non bolognese.

«Cosa ha fatto dopo?» le chiese il cronista, senza qualificarsi e senza mai mostrare il bloc notes che aveva sempre con sé nella tasca posteriore destra dei pantaloni. Precauzioni che adottava spesso quando temeva di indisporre chi poteva lasciarsi intimorire o si fosse sentito infastidito dalla presenza di una penna e di un taccuino.

«Mi sono messa qualcosa addosso e ho dato l’allarme a tutti, invitandoli a uscire dal palazzo. Poi ho bussato alla porta dell’appartamento da cui usciva il fumo. Alla fine, siamo scappati dalle scale. Non si vedeva nulla perché c’era troppo fumo ed era andata via la luce. Facevamo molta fatica a respirare» proseguì la testimone che pareva contrariata perché quelli del 118, che nel frattempo le stavano somministrando dell’ossigeno attraverso una mascherina, a suo dire non erano arrivati con tempestività.

«Chi abitava nell’appartamento in fiamme?» domandò ancora il cronista…

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