Il caso Apple e il carrozzone Ue

appleChe l’Ue fosse un’accozzaglia di burocrati il cui unico fine è la perpetuazione del potere di potentati e lobby a scapito degli interessi dei cittadini non vi erano dubbi. Che ognuno lavori al proprio esclusivo profitto a detrimento degli altri Stati membri era altrettanto evidente. Basti vedere la Francia che si è insinuata non appena i rapporti tra Egitto e Italia si sono incrinati per il caso Regeni. Oppure i vari Stati che si sono lanciati a capofitto in Libia dopo la morte di Gheddafi nostro interlocutore principale. Per non parlare della gestione dei migranti le cui sorti esistono solo per l’Italia mentre gli altri fingono che il problema non esista. Di che Unione parliamo se ogni Stato fa concorrenza sleale agli altri partner? Se le tasse in Romania sono al 22% è ovvio che le aziende francesi, italiane, belghe e via discorrendo abbiano interesse a migrare. Se in Italia si paga oltre il 60% ci sta che un’azienda emigri in Olanda. Forse non ci sta che lo faccia la Fiat dopo essere vissuta con i soldi della collettività, ma questa è un’altra storia. Se la manodopera polacca costa un terzo non bisogna stupirsi che gli imprenditori europei usino quei lavoratori invece dei locali con evidenti sconquassi per le varie economie e soprattutto della pace e del benessere sociale acquisiti dopo lunghe battaglie. Semmai qualche dubbio fosse ancora rimasto sull’inutilità dell’Ue potremmo pensare al caso Apple-Dublino. Pur di tenersi stretta una grande azienda, a dispetto dei principi di solidarietà e unità che Bruxelles si è data, l’Irlanda fa pagare alla multinazionale di Cupertino lo 0,005% di tasse. E quando i saurocrati Ue si sono svegliati chiedendo un adeguamento, Dublino è andata in trincea dichiarando guerra all’Unione. L’esecutivo comunitario ha condannato la società informatica americana al rimborso di tasse non versate per 13 miliardi di euro tra il 2003 e il 2014 per via di un accordo fiscale illegittimo detto tax ruling. In realtà il trattamento di favore, secondo Bruxelles, sarebbe iniziato nel 1991 con il primo accordo. Ma l’Ue ha finto di non vedere e siccome la competenza in materia di aiuti di Stato si limita ai dieci anni precedenti l’apertura dell’indagine (avviata nel 2013), quello che è avvenuto prima si è prescritto. Così facendo l’Irlanda si è tenuta un’azienda che senza quegli sconti probabilmente sarebbe andata altrove e invece in tal modo ha dato lavoro a 6.000 suoi concittadini. Che tu puoi fare ciò che vuoi se stai per fatti tuoi, ma non se sei in una comunità perché, come ha detto la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, «gli stati membri non possono aiutare alcune imprese a spese della libera concorrenza». Il caso Apple è forse il più eclatante, ma di distorsioni così in Ue ve ne sono tantissime. In passato, la Commissione ha condannato al rimborso di tasse non versate Starbucks, che aveva goduto di un accordo fiscale in Olanda, e la Fiat che aveva beneficiato di un’intesa simile in Lussemburgo. I tax rulings hanno animato il dibatto negli anni scorsi con vive reazioni nelle opinioni pubbliche e gravi tensioni tra Stati. In particolare, a fare i furbetti sono Olanda, Irlanda e Lussemburgo accusati di creare ambienti fiscali vantaggiosi, strappando investimenti e gettito fiscale ai loro partner nell’Unione.

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