Pd, i peones e la ricerca di visibilità

È impressionante assistere dal vivo agli effetti del tarantismo. Ne avevo sempre e solo sentito parlare e letto e ora il governatore della Puglia, Michele Emiliano, sta subendo la vendetta di una parte della sua regione, quel Salento schiacciato dalle sue politiche ariane. Una taranta salentina, infatti, deve averlo morso e ora è tutto un fremito, un vomito e un effluvio che non si riesce a contenere. E siccome deve essere infettiva altri come lui ne stanno subendo i gravi effetti. Umili e sconosciuti peones a caccia di visibilità probabilmente manovrati da gente più esperta che ama tramare nell’ombra e che imbelletta le proprie vili azioni con concetti aulici come popolo, democrazia, confronto, Paese, amore per il partito. Torbidi figuri che sulla base di ciò hanno costruito la propria manovra di accerchiamento all’attuale segretario del Pd reo, più che altro, di non essersi sottomesso ai loro diktat, di non essersi comportato come uno dei tanti cagnolini scodinzolanti, automi non pensanti di cui hanno sempre amato circondarsi. Ma soprattutto di aver detto pubblicamente e senza remore ciò che pensava di loro mettendo a nudo la loro nudità e nullità. Pertanto, la sensazione è che il loro invito a dire o a fare qualcosa di sinistra, a discutere, a confrontarsi e a indire un congresso a medio e lungo termine sia solo un paravento per nascondere quelle che sono le loro reali intenzioni, molto più spicciole e inversamente proporzionali all’aura valoriale che accompagna i loro vuoti discorsi, quelli per intenderci che la gente si sorbisce da anni senza alcun beneficio. La sensazione è che questa gente non voglia le elezioni anticipate perché con l’attuale segreteria del Pd non avrebbero alcun posto in Parlamento e dovrebbero rinunciare a quella visibilità a cui anelano, dire addio ai loro miseri sogni di sterile e inutile rampantismo politico di cui sono animati. E in questo gioco al massacro ognuno usa le armi di cui dispone. Se i peones si giocano lo spauracchio della scissione fingendo di fondare nuovi movimenti che non raccoglierebbero neppure i loro stessi voti, la Bindi prova a usare come arma pro domo sua la Commissione Antimafia che presiede mettendo nel mirino chi di volta in volta viene visto come un bersaglio utile per supportare le sue velleità dal momento che al prossimo giro pure lei (finalmente) resterebbe a casa.

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