Estratti di Cento giorni

Estratti di Cento giorni e di un apocalittico progetto di clonazione

Estratti di Cento giorni e di un apocalittico progetto di clonazione
Leggendo gli estratti di Cento giorni e acquistando il romanzo potrete dare il vostro prezioso contributo a chi sta combattendo contro l’emergenza Coronavirus perché ho deciso di devolvere a questa causa i proventi della vendita

Capitolo 10 – Annalisa

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Bastò poco per convincere il barone Anthony Mc Queen che quella fanciulla era diversa dalle altre del posto, con quel suo modo nobile e spigliato di porsi, accompagnando con un sorriso ampio e luminoso le poche parole proferite che per il Petrarca “sonavan altro che pur voce humana”.

Anche ad Annalisa piaceva quel forestiero che andava per i cinquant’anni, con la corporatura magra, la carnagione chiara e il viso abbronzato. I lineamenti erano piuttosto spigolosi e ben si conciliavano con quegli occhi verdi e i capelli brizzolati imprigionati da un panama bianco. Era certamente un bell’uomo, ma non aveva niente a che fare con l’intima freschezza della ragazza. Era evidente che la vita gli avesse già dato modo di sperimentare le sue articolate e tortuose macchinazioni dai risvolti spesso imprevedibili, e aveva certamente affrontato i suoi marosi uscendone apparentemente vincitore.

Ovviamente, erano davvero tanti i ragazzi che le facevano la corte, disposti a fare carte false pur di farla propria. Ma lei non pareva affatto tagliata per portare festa nella loro misera dimensione. Seppur con i piedi per terra, Annalisa era animata da uno spirito sognatore. Il suo sguardo fissava l’infinito, da dove prima o poi sarebbe giunto il principe azzurro. Non le interessava essere solo una moglie, desiderava ardentemente che il cuore le venisse rapito da un cavaliere capace di imporre il proprio vessillo al mondo. Non aveva niente a che fare con i suoi conterranei, che sognavano solo una grande dimora, tanta terra da coltivare e una nidiata di marmocchi. Non denigrava i loro desideri perché comprendeva la loro incapacità di andare oltre il confine simbolico e limitato della loro ristretta realtà…

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Capitolo 18 – In America

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Un’estate Tommaso, un suo amico di infanzia emigrato negli Stati Uniti in cerca di fortuna, tornò in vacanza nel Salento. L’uomo, che ormai si faceva chiamare Tom e parlava in italiano come se fosse un americano, metteva in mostra una fortuna che, in realtà, ancora non aveva trovato. Raccontava a tutti di come stava bene al di là dell’Oceano e delle infinite opportunità che quella terra sapeva offrire. Più che le parole, era il suo modo buffo di vestire e di comportarsi che lo tradiva, facendo intuire una verità molto diversa da quella che lui rappresentava.

Certamente guadagnava bene rispetto alla miseria di cui era costretto ad accontentarsi nel suo Paese, ma la vita era molto più cara e più complicata a New York. E con lui pareva parecchio avida in quanto a reali opportunità per salire i gradini della lunga e ripida scala sociale dai bassifondi in cui si trovava. Con i suoi racconti, spesso colorati e amplificati alla bisogna, riusciva comunque a incantare i suoi vecchi compaesani che lo guardavano a bocca aperta. E seppure qualche volta parevano un po’ increduli nell’ascoltare le sue storie, non avevano comunque elementi per provare il contrario…

Tom accolse Annalisa e Mary a braccia aperte nella sua topaia nel Bronx che, come disse, sperava di lasciare presto per una casa vera nell’East Side. Forse quel sogno non l’avrebbe mai realizzato nella sua agognata interezza, ma la forza che quella speranza generava gli permetteva di affrontare qualsiasi ostacolo con una positiva predisposizione d’animo che, prima o poi, c’era da giurarlo, il fato avrebbe anche potuto premiare.

Studiava inglese nel goffo tentativo di nascondere le sue povere origini italiane. Ma i suoi approcci con la nuova realtà fino a quel momento non avevano dato grandi frutti, nonostante la sua buona volontà e la costanza che impiegava nel tentativo di non farsi travolgere da una impostazione sociale che riusciva quasi sempre a tenere quelli come lui alla periferia della civiltà. Due buone, possenti e affidabili braccia per i lavori che l’imborghesita società americana si rifiutava di svolgere, ma poche speranze di assaporare nemmeno una briciola di quel fantomatico sogno americano che in tanti anelavano. Nonostante la stazza non era ancora riuscito a farsi vedere dalla dea bendata e chissà se mai ce l’avrebbe fatta…

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Capitolo 20 – Un passato turbolento

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“La vita mette sempre alla prova le persone forti” le aveva detto una volta sua mamma. Ma in quei momenti funesti ciò non le era certamente di consolazione. Mary invocò il Signore perché non la abbandonasse anche se avrebbe voluto urlargli contro la sua rabbia, scuoterlo e sbattergli i pugni contro il petto finché non le avesse dato una spiegazione plausibile di tutto il male che da tempo, ormai, stava funestando la sua giovane esistenza. E non poteva esserle di conforto neppure don Giorgio, nonostante le fosse molto vicino e avesse sempre la capacità di trovare le parole giuste per invogliarla a non arrendersi. Don Giorgio… A un tratto, una via d’uscita le balenò nella mente sconvolta e addolorata. C’era un’ancora alla quale aggrapparsi per evitare di essere spazzata via da quel mare in tempesta.

Don Giorgio aveva dimostrato di saper interpretare il precetto evangelico mettendo la propria esistenza al servizio del prossimo senza pensare a se stesso e alla carriera ecclesiastica. Aveva organizzato un punto di ascolto in cui chiunque in parrocchia poteva trovare qualcuno pronto ad ascoltarlo e a fornirgli conforto morale e materiale. Amava poco le parole, perché era un uomo d’azione. E non temeva di affrontare le situazioni di petto svestendo i panni del diplomatico quando si rendeva conto che quella strada avrebbe portato poco frutto.

Ne aveva dato prova qualche anno prima, litigando con l’Arcivescovo di New York perché, a suo dire, non lo aiutava abbastanza a costruire l’oratorio per i ragazzi del quartiere. Era davvero un’opera molto importante per strapparli alla strada e tentare di tenerli lontani dalla delinquenza. Un luogo di aggregazione alternativo ai gruppi criminali di stanza in un vecchio edificio abbandonato, dediti per lo più allo spaccio…

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Capitolo 29 – Emozioni forti

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Lo spinse verso il muro, desiderosa di gustare il sapore dei suoi baci, che era certa l’avrebbero abbagliata facendole perdere qualsiasi freno inibitore. Si lasciarono prendere dalla passione. Lui non l’avvertiva da molti anni, mentre lei aveva finito di viverla già da qualche tempo e ardeva dal desiderio di sentirsi nuovamente desiderata e posseduta. Il piacere stava salendo alle stelle e più lui la accarezzava più lei si sentiva avvolta da quella benevola sensazione dell’imponderabile.

Le tolse l’impermeabile e infilò le mani sotto la camicetta, raggiungendo il reggiseno di pizzo che racchiudeva due splendide coppe di champagne. Lo slacciò con un movimento semplice e si concentrò sui seni sodi. In un attimo i capezzoli si inturgidirono e lei iniziò a gemere. Lucia non perse tempo e si aggrappò alla sua virilità che la eccitava enormemente. Si ritrovarono nudi, a parte il reggicalze e uno slip di seta in tinta con il reggiseno che era finito sopra il tappeto. La sua femminilità era calda e vogliosa, anelante di sentirsi piena di quella vigoria che in quell’istante le stava facendo assaporare l’ebbrezza del dominio.

Era completamente sua, abbandonata a quel maschio che le stava dando l’opportunità di rivivere emozioni sopite da troppo tempo. Giunta al culmine dell’eccitazione lo supplicò di inondarla con il suo seme caldo e asfissiante per godere di quell’esplosione maschia e funesta che la stava annichilendo…

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Capitolo 38 – Cento giorni

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«Forse il mio modo di vivere non fa testo perché è troppo spinto all’eccesso, lo riconosco. È vero che io cerco più il piacere della felicità. Ma ho una certezza. Staremmo tutti meglio se l’uomo vivesse la sua vita pienamente e compiutamente. Se desse forma a ogni sentimento, espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno. Sono certo che il mondo riceverebbe un tale impulso di gioia e vitalità che la Terra sarebbe già quel paradiso che continuiamo a posticipare, relegandolo a un’altra dimensione che chissà se esiste veramente.

La Chiesa non vuole capire che siamo diventati quello che siamo proprio per le nostre rinunce. Perché ogni impulso che ci sforziamo di soffocare cova nell’anima, e ci avvelena. Al contrario, il corpo che agisce e si rallegra si libera dal male grazie al valore purificatore dell’azione. Cedere a una tentazione è l’unico modo di liberarsene perché è proprio quando resisti che l’anima si ammala e si incattivisce. Arde di bramosia per le cose che leggi mostruose rendono illecite. La storia dell’umanità è caratterizzata da rinunce pazze e da forme mostruose di autoflagellazione.

Basta guardare al Medioevo. La paura ha causato una degradazione infinitamente più spaventosa di quella immaginaria da cui la gente fuggiva. Poveri ignoranti. Ma la Chiesa non ha fatto tutto questo da sola: le ha fornito un contributo importante il falso perbenismo della società che denigrava il culto dei sensi a parole. E i fatti lo hanno tristemente dimostrato, contrapponendo a talune virtù pubbliche perversioni private come, per esempio, i preti che violentano i bambini. Ci hanno sempre inculcato un istintivo terrore per le passioni, invece di favorire una comprensione della vera natura dei sensi, unica via per gestirli consapevolmente.

Se sono rimasti selvaggi e animaleschi è solo perché hanno sempre cercato di sottometterli o di ucciderli, anziché addomesticarli trasformandoli in elementi portanti di una nuova spiritualità come sosteneva Jung… Classico caso di allievo che supera il maestro. Avrebbero dovuto usarli per sviluppare un raffinato istinto per la bellezza anziché arenarsi su posizioni anacronistiche e contro natura. A mio avviso aveva ragione Spinoza quando invitava ad attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità. E non è un caso che sia stato scomunicato»…

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