Presentazione del libro di Marco Lodi

locandina marco lodiIl 18 giugno 2016 ho partecipato alla presentazione del libro del dottor Marco Lodi, Dalla poesia al ricordo, nella splendida cornice del Baraccano. Di seguito il mio intervento

 

Tanti gli spunti di riflessione che emergono dall’ultimo saggio dell’amico fraterno Marco Lodi. A cominciare dalla prefazione di Franco Nanni laddove scrive che “la vita è quel che resta dopo che ogni parola possibile è stata pronunciata”. Che per me significa la conferma di quel mistero, di difficile concettualizzazione, che è l’esistenza. A mio avviso un dono che merita di essere vissuto nonostante i tanti perché senza risposta, i numerosi contraccolpi, i misteri appunto.

Siamo quindi a parlare della vita che, nell’aura d’arcano che l’avvolge, rendendola spesso impenetrabile, scorre sul filo della follia. Come canta Vasco Rossi in una sua canzone. Ma come hanno ben spiegato prima di lui più illustri pensatori. Per esempio, e mi cimento nel terreno nel quale Marco mi trascina ben volentieri da anni, Freud e Jung.

Scrive, infatti, Marco: “Poesia e inconscio lavorano quindi di concerto attraverso la metafora onirica e costruiscono un coacervo di sensazioni ed emozioni che divengono nel caso del poeta la manifestazione patente della poesia stessa e nel caso del paziente il tessuto enigmatico che noi psicanalisti dobbiamo decifrare”. A dimostrazione, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto sia sottile quel filo sul quale si regge l’equilibrio.

Del resto basta la realtà per dimostrarlo grazie alla sua capacità di mettere in pratica qualsivoglia teoria. Perché, non dimentichiamolo, spesso non è la fantasia che furoreggia ma è la vita che l’abbevera e l’alimenta. Freud diceva che o prevalga l’Es (la parte istintiva) o prevalga il Super-Io (la parte razionale) manca sempre un equilibrio. Ed è proprio la costruzione di un percorso quantomeno poco scivoloso il bello dell’esistenza.

Non ci sono regole certe, non ci sono paradigmi più o meno migliori o universali; c’è il bello dell’imprevedibilità della vita che ti insegna a viverla affrontandola. Certo, di nostro ci vuole però una solida base, un bagaglio valoriale che ci dia la forza di trovare in noi stessi la voglia di non arrenderci mai. Neppure di fronte al peggio che certe volte questo sogno offre assumendo le sembianze di un incubo.

Perché se potremo contare su validi insegnamenti, e qui mi rifaccio al rapporto uomo-donna, triste e funereo argomento di questi giorni, forse potremo evitare delle tragedie. Non servono regole, non bastano norme, non spaventano pene più severe. È la cultura e l’educazione, a mio modesto parere, che possono giungere in nostro soccorso. Ma solo se sapremo abbeverarci a quella preziosa fonte così come abbiamo dimostrato di saper aggrapparci al prosperoso seno materno. Per superare quei pericolosi paradigmi che paiono aver cristallizzato il rapporto uomo-donna ai tempi della creazione serve la voglia di sedimentare il proprio prezioso liquido nel ventre procace di Minerva-Atena. E su questo l’amico Marco ha tanto detto e scritto nel corso delle numerose conferenze e in questo saggio.

Nel prosieguo della lettura ho fatto miei numerosi altri spunti. In particolare mi hanno infiammato la proibizione e il pensiero unico che definisco massificato così come bene Marco illustra quando scrive del “conflitto atavico che il Super-Io conduce da sempre contro gli assurdi divieti che la società, ogni società, impone al singolo individuo nel nome di un coatto allineamento del singolo stesso alle regole (la proibizione, il divieto, il tabù parlano di regole) imposte in virtù di un falso senso di evoluzione e socializzazione che nega in realtà la profonda vena spontanea dell’uomo per farne un soggetto conformato”.

Che altro non è se non il pensiero unico o TINA (there is not alternative) così come è stato coniato nel 1995 dall’allora direttore de Le Monde diplomatique, Ignacio Ramonet. Quel pensiero unico secondo il quale viviamo nel migliore mondo possibile e non vi è alcuna altra alternativa. Il giurista tedesco Carl Schmitt aveva già preconizzato la tendenza ad affermarsi di una forza, destinale e unificatrice, quella che da molti pensatori è stata definita una violenta “reductio ad unum” che cancella ogni molteplicità, ogni differenza e ogni varietà pluriversa di pensieri e popoli.

È così che è nata quella presunta alternativa ultima che è questa società in cui l’unico valore conosciuto è il denaro e l’unica unità di misura è l’economicità delle scelte. E sono sotto gli occhi di tutti i disastri di questa scellerata politica positivista e tecnocratica che ha perso di vista la reale essenza della vita. Questa società vituperata da Bauman che accusa le politiche neoliberiste di aver posto le condizioni per lo sgretolamento del tessuto sociale e per la crisi dell’identità del cittadino contemporaneo. E lo fa puntando il dito contro il modello del libero mercato che domina la società postmoderna biodegradabile come l’aveva definita in un saggio del 1999, La società dell’incertezza. Società che ora chiama liquido-moderna, luogo di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto. Laddove i rifiuti contemporanei sono le persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza, gli esuli, i richiedenti asilo e i rifugiati della contemporaneità. Una società che ha ormai perso il gusto della poesia che solamente le può ridare quell’anima da tempo immolata al consumo.

Perché l’unico obiettivo non può essere l’aumento del Pil o l’accumulazione del capitale. La via d’uscita è rimettere al centro la vita, l’uomo e le sue necessità scevre dalle diaboliche fiammate del consumismo sfrenato. Occorre, a mio avviso, superare la tecnocrazia e il dogma positivista e ridare spazio a un nuovo umanesimo in grado di contrastare il deleterio pensiero unico postmoderno e globalizzante.

Un nuovo umanesimo che si concretizzi in migliori condizioni esistenziali; in maggiori diritti e non nel loro depauperamento; nella vera libertà di vivere e gustare la reale essenza di questo filamento terreno che ci è stato assegnato ricordandoci la lesta e imprevedibile mano della moira Atropo pronta a reciderlo.

Dunque, più ascolto, meno urla e maggiore partecipazione sociale e culturale che conducano per davvero alla condivisione di un virtuoso e fecondo percorso impregnato di altruismo e non minato dal cancro dell’individualismo.

E per corroborare il pensiero unico si ricorre ovviamente alle proibizioni che Freud riteneva foriere di guasti e lutti. Scriveva, infatti, che “la imposizione di un’etica sessuale avulsa dal reale vissuto esperienziale della sessualità umana produce guasti, tensioni, nevrosi e perversioni” laddove la perversione e l’ossessione nascono dalla proibizione come figlia malsana della sessualità stessa.

Il suo discepolo Jung sosteneva che la libido non è solo una pulsione sessuale. È una forma di energia psichica che costituisce per l’uomo una spinta vitale che va al di là dell’ambito esclusivamente sessuale acquistando il valore di una vera e propria trasformazione spirituale. Perché la stagnazione della libido, tanto quanto una diga che accumula senza una valvola di sfogo, può essere distruttiva per il soggetto dando luogo a nevrosi, isteria, ansia, depressione, ossessione, fobia e psicosi.

E anche in questo hanno un ruolo e una grave colpa armi pericolose come convenzioni e proibizioni usate dalle deleterie politiche di massa. Perché minando il corpo e fiaccando lo spirito con il malsano strumento della precarietà spingono verso la mercificazione sfrenata, uccidono la poesia, spengono il sogno, assopiscono la sana libido, sventrano il virtuosismo della condivisione e della fratellanza e creano conflitti.

Da qui la necessaria presa d’atto per sfuggire alle grinfie del Grande Fratello di Orwelliana memoria. Per dire no alla sua psicopolizia, alla logica degli psicoreati e alla limitazione mortificante del bipensiero. Per ribellarsi ai buchi della memoria e alla cronaca di una morte annunciata dell’uomo e della sua storia con il passato che si aggiorna giorno per giorno.

L’invito è a vestire i panni di novelli Perseo per decapitare il simbolo per eccellenza delle Gorgoni, ossia quella Medusa incarnazione della perversione intellettuale e far maturare quella coscienza morale e civile che ci faccia comprendere che meno sovrastrutture, meno tabù, più consapevolezza di noi stessi e maggiore ascolto delle nostre emozioni probabilmente potrebbero aiutarci a costruire un mondo migliore.

Un ringraziamento è doveroso per l’amico, nonché bravo fotografo, Roberto Salvatori. Senza la sua presenza e senza il suo piglio professionale e paziente un evento non sarebbe lo stesso. E soprattutto non ne resterebbe traccia.