Giornalista e scrittore
 

Mafia capitale e l’ergastolo ostativo

Mafia capitale e l’ergastolo ostativo sono uno schiaffo alle vittime per via dell’interpretazione aleatoria delle leggi

Mafia capitale e l’ergastolo ostativo schiaffo alle vittime

Mafia capitale e l’ergastolo ostativo, senza dimenticare il caso Bellomo, sono facce della stessa medaglia. A mio modesto parere sono l’ennesima prova di quanto sia pericoloso, tra gli altri, il potere dell’aleatoria interpretazione legislativa da parte della casta giudiziaria.

Probabilmente Cesare Beccaria si stia rivoltando nella tomba, senza scomodare chi ha perso la vita nella lotta per la legalità. Potrei perdermi nel lungo elenco che va da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Carlo Alberto dalla Chiesa a don Pino Puglisi o Boris Giuliano. Senza dimenticare le vittime il cui dolore non può che diventare esponenziale di fronte a certe sentenze.
Non c’è da meravigliarsi se l’ex giudice Francesco Bellomo andasse all’attacco dopo l’assoluzione dalle accuse che gli erano state contestate. Un gip di Milano ha archiviato le accuse di violenza privata e stalking. Reati che l’accusa diceva commessi nei confronti delle studentesse costrette a vestire in un certo modo e a sottostare ai suoi desiderata. E chissà che Bellomo non si vendichi intraprendendo un’azione giudiziaria dato che “nessun comportamento volto a coartare la libertà morale delle studentesse può infatti essere ravvisato”. E viste le premesse nulla impedisce di attendersi notizie analoghe da Bari.
L’altra anomalia sono i permessi premio ai condannati per mafia e terrorismo. Finora non potevano lasciare il carcere per via del cosiddetto ergastolo ostativo. Ma adesso la festa può cominciare anche per loro. La Consulta, infatti, ha dato ragione alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Pertanto, l’Italia deve modificare la legge sull’ergastolo ostativo perché è un “trattamento inumano e degradante”. Come se non ci fosse nulla di inumano e degradante nel dolore eterno delle vittime. Ossia di chi non ha certamente scelto di subire la violenza di questi poveri ergastolani che ora diventano più vittime delle stesse vittime.
Così come altri giudici hanno affondato Mafia capitale. E lo hanno fatto sancendo che chi a Roma si spartiva i soldi dei cittadini con la scusa dell’accoglienza non era un mafioso. Al massimo un criminaletto, magari incosciente e inconsapevole. Mafia capitale e l’ergastolo ostativo senza dimenticare il caso Bellomo sono un insulto alle vittime, all’onestà e alle persone perbene. Di coloro, cioè, che non sottostanno a logiche criminali e hanno il coraggio di ribellarsi. Soprattutto all’interpretazione aleatoria delle leggi da parte della casta. Quella errante ed aberrante instabilità delle interpretazioni come diceva Beccaria.
Peccato, però, che lo Stato che le dovrebbe difendere dai soprusi si preoccupi più di Caino che di Abele. Per poi meravigliarsi che dilaghino omertà, egoismo e la tendenza a voltarsi dall’altra parte. E con essi le ingiustizie e l’illegalità.
Nel suo Dei delitti e delle pene, Beccaria scrive: “Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice. Di una facile o malsana digestione. Dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre. Dalle relazioni del giudice coll’offeso. E da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo”.
Pertanto, Beccaria prosegue: “Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali. E le vite de’ miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell’attuale fermento degli umori d’un giudice. Colui che prende per legittima interpretazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale punti diversamente in diversi tempi. Per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l’errante instabilità delle interpretazioni”.

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